La domanda che ci si pone è questa: queste regionali sono o non sono interpretabili politicamente? Possono o no essere utilizzate per affermare che il Governo e la maggioranza nazionale ne sono usciti rafforzati? Penso proprio di sì. A due anni dalle elezioni politiche che hanno visto trionfare il PDL e la Lega, pur senza l’UDC, il centrodestra mantiene ancora salda la leadership delle preferenze politiche degli italiani. Le elezioni regionali confermano quanto già era stato suggerito alle precedenti elezioni europee: l’Italia non ama questa sinistra, e di fatto ricambia lo scarso amore che la sinistra nutre per l’Italia. Al di là delle parole e dei proclami, infatti, gli italiani capiscono bene chi davvero nutre passione per il proprio paese e chi no. Chi guarda più al benessere dell’immigrato irregolare e chi invece si preoccupa di chi in Italia ci vive e lavora con onestà e impegno. E chi intende proiettare l’Italia verso un futuro di modernità e chi invece vuole ancora ancorarla a una politica retrograda e stalinista. Non ci sono dubbi che gli italiani abbiano saputo vedere queste piccole differenze e abbiano premiato chi maggiormente rispecchia la loro voglia di riscatto.
I dati del resto parlano chiaro. La partita è finita sette a sei per la sinistra, ma trattasi di un risultato solo apparentemente più favorevole al PD e ai suoi alleati. Si sa che i numeri non sono un’opinione. Epperò, è proprio in base a questi stessi numeri che viene dimostrato che la vittoria – basata sulla quantità delle regioni conquistate – è solo una vittoria di Pirro. E’ necessario infatti valutare il peso specifico di queste regioni, e non vi è dubbio che attraverso l’esame di questo dato, la sinistra ha praticamente perso, e perso pesantemente. Il centrodestra (PDL-Lega) conquista tutte le regioni importanti: Piemonte, Lombardia, Lazio, Veneto e Campania. Lascia al centrosinistra solo tre regioni di un certo spessore: Puglia, Toscana ed Emilia Romagna. Nel complesso, perciò, la destra governa a livello regionale 46 milioni di abitanti, contro i 14 della sinistra. Una bella differenza che non può e deve fare sorridere Bersani e il PD, schiacciati dai loro stessi alleati e da quel popolo viola, che pensavano di cavalcare qualche settimana fa contro il centrodestra.
E’ andata perciò male per la sinistra, la quale ora si ritrova con diversi guai: Nichi Vendola, vittorioso in Puglia, la scelta della Bonino per i Lazio, il fallimento della Bresso in Piemonte e il tramonto dell’era Bassolino in Campania. Aggiungiamoci il consenso eroso dall’IDV e da Grillo nelle regioni più marcatamente rosse (che vedono addirittura fare capolino la Lega), e intuiamo che a casa di Bersani l’umore non è cupo, è nero notte. E questo al di là delle dichiarazioni di circostanza e dei sorrisi. Il Partito Democratico che doveva essere la gioiosa macchina da guerra veltroniana del secolo ventunesimo si è rivelato per quello che è: un catorcio comunista riverniciato a nuovo dal vecchio Uolter per dare l’illusione della spider pronta a frantumare i record dei consensi.
C’è persino da ridere. La fuoriserie elettorale, ancora una volta, l’ha avuta fra le mani Silvio Berlusconi. E’ bastato che scendesse in campo con maggiore determinazione, e l’esito del volto – che in molte regioni chiave non era poi così scontato – è stato ribaltato; in particolare, parlo del Lazio, dove l’esclusione della Lista provinciale del PDL sembrava avesse seriamente compromesso il favore riscosso dalla Polverini, facendo vincere la Bonino a tavolino. Così non è stato: il PDL e la sua candidata hanno vinto. E in generale, il PDL ha vinto anche rispetto all’UDC di Casini, che pareva dovesse diventare l’ago della bilancia in ogni regione, e che invece ha riscosso un ben misero successo, favorendo addirittura il candidato di estrema sinistra in Puglia. Come Bersani, anche Casini dovrebbe riflettere su questo esito e riconsiderare la sua politica che lo ha allontanato sempre più dall’area a cui naturalmente appartiene: quella moderata.
Ciò detto, la vittoria del centrodestra non vuole comunque negare i problemi all’interno della coalizione. Per quanto riguarda il PDL sappiamo bene che ce ne sono, e non sono di secondaria importanza. In primo luogo, l’affaire Fini. Tanto si è detto in questi ultimi due mesi, ma è certo che il silenzio del cofondantore del PDL e i suoi continui distinguo dalle posizioni del Premier, anche durante la campagna elettorale, hanno creato diverse tensioni nella maggioranza e molti malumori. Queste vittorie, certamente, hanno rafforzato la leadership berlusconiana e hanno indebolito l’area finiana e i suoi progetti, ma è chiaro che dovranno servire per rinegoziare una convinvenza che pare sia diventata se non intollerabile, quantomeno difficile.
Per quanto concerne il rapporto con la Lega, il PDL si trova a camminare sul filo del rasoio. Nel nord il leghismo ormai è una realtà consolidata: la Lega di fatto e di diritto governa due regioni e nella terza (la Lombardia) contribuisce a governare. In questo senso si è sicuramente rivelato un alleato fedele, ma potrebbe anche diventare una spina nel fianco del PDL, se il partito berlusconiano non attua quelle giuste riforme per rafforzare la propria presenza là dove la Lega riscuote consensi bulgari.
Infine, le riforme. Sono prioritarie, e in questi tre anni di legislatura, il centrodestra non può perdere l’occasione. I cittadini non danno credito per sempre e ormai certi ammodernamenti sono indispensabili. In particolare, nel settore della giustizia e del lavoro. Berlusconi ha i numeri per farle. Certamente sarebbe auspicabile un progetto condiviso con la minoranza, ma solo e se il PD mettesse da parte l’arroganza e l’aria di partito politico superiore e vestisse il saio dell’umiltà, magari dando concreta dimostrazione di buona volontà con una netta e chiara presa di distanza dall’estremismo giustizialista dell’IDV e dei settori viola e violacei dell’estrema sinistra e grilliana. Ipotesi questa che onestamente vedo molto difficile…
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