Come ho già scritto, non sono stato molto d’accordo sulla “riforma” della scuola primaria da parte del Ministro Gelmini. La reintroduzione del maestro unico non è stata – a mio parere – una mossa del tutto felice e opportuna.
Diverso discorso per quanto riguarda l’Università. Il governo sulla tematica ha finalmente posto le premesse per un definitivo sradicamento dei baronati dei professori, del deprecabile nepotismo e delle università inefficienti e collassate, dove il merito è quasi clandestino, e dove le facoltà sono luoghi di ritrovo di studenti no-global e della sinistra antagonista, ovviamente rigorosamente fuori corso, in quanto gioventù più preoccupata a manifestare (senza neanche sapere bene perché) che a studiare.
Perciò, cuore della “riforma” è sicuramente la valorizzazione del merito e l’inalzamento della qualità dell’università italiana, oggi fra le peggiori in Europa e nel mondo, soprattutto a causa di un’attività di ricerca quasi inesistente e di corpi docenti che sono vere e proprie dinastie di padri, madri, fratelli, sorelle e cugini. Il tutto, in spregio alle capacità dei singoli e dell’innovazione e rinnovazione di quella che dovrebbe essere la massima istituzione della cultura.
Ma ecco in breve quali sono i punti della riforma.
Prima di tutto, il DL si occupa delle assunzioni dei professori. La legge blocca le assunzioni nelle università che al 31 dicembre di ogni anno risultano essere in deficit. Ciò per impedire che tali assunzioni si tramutino in assunzione “politiche” o comunque non realmente corrispondenti alle esigenze dell’università, la quale ovviamente in questi termini è maggiormente responsabilizzata nella gestione della spesa. Naturalmente, per le università più virtuose, il turn over sarà parzialmente sbloccato (passa al 50%), sempre che il 60% delle assunzioni siano fatte fra i giovani. Anche qui l’obiettivo è agevolare un ricambio generazionale, altrimenti difficile in istituzioni che oggi vengono gestite come dei veri e propri feudi.
Per arginare il fenomeno del nepotismo (cioè di padri che favoriscono figli, cugini, nipoti e amici vari, non sempre competenti e idonei), la norma stabilisce poi una serie di nuove regole per la composizione delle commissioni esaminatrici. In particolare, per quanto riguarda l’assunzione di un docente, di quella destinata a giudicare i candidati faranno parte solo un’ordinario dell’università che bandisce il concorso; gli altri quattro verranno sorteggiati da una lista di dodici persone che non fanno parte dell’ateneo che deve assumere; intendiamoci: non che così sarà impossibile agevolare questo o quel figlio di papà (professore o meno che sia), ma sicuramente il gioco verrà ben più difficile e pericoloso. Discorso simile per la selezione dei ricercatori universitari: il meccanismo prevede sempre un sorteggio con esclusione dei docenti dell’ateneo che assume. E’ da dire che un’apposita commissione, designata dal Consiglio Universitario Nazionale, supervisionerà poi tutte le operazioni di sorteggio che saranno peraltro pubbliche; ciò per impedire irregolarità.
Per arginare il fenomeno dei baronati, e cioè dei professori che stazionano per decenni nelle università, vivendo di rendita, senza fare attività di ricerca scientifica (e anzi spesso ostacolando quella altrui), la legge prevede l’istituzione di un’Anagrafe Nazionale dei Professori Ordinari, Associati e dei Ricercatori. Quest’anagrafe sarà aggiornata annualmente e indicherà anche le pubblicazioni scientifiche dei docenti, affinché si sappia e ci si renda conto delle effettive attività dei singoli professori. Tramite questo meccanismo, gli scatti di anzianità (con correlativo aumento di stipendio) non saranno più automatici, ma correlati alla prova di aver svolto attività di ricerca e aver ottenuto pubblicazioni riconosciute a livello internazionale. Chiaramente, se per due anni, il professore ha solo scaldato la sedia universitaria, il suo stipendio verrà (giustamente) dimezzato e non potrà far parte delle commissioni che assumono nuovo personale. Se poi passa anche un altro anno, e il professor Scaldasedia Rubastipendio non ha fatto null’altro che girarsi i dotti pollici, be’, allora egli resterà escluso anche dai programmi di ricerca di rilevanza nazionale (i cosidetti PRIN). Nella norma non si parla di licenziamento e/o allontanamento dalla cattedra, ma è ovvio che il prestigio con l’attestazione di simili “benemerenze” è sicuramente compromesso.
Gli atenei dovranno garantire la trasparenza nei bilanci, comunicando agli studenti come vengono spesi i soldi dei finanziamenti pubblici; fino a oggi non sempre tali conoscenze erano garantite, e ben poco si sapeva della fine dei finanziamenti pubblici ottenuti. Inoltre i rettori dovranno anche pubblicare i finanziamenti che hanno ottenuto da enti pubblici o soggetti privati, al fine di rendere il quadro delle entrate universitarie più esaustivo e chiaro. Per agevolare e migliorare la ricerca e le attività formative, il DL Gelmini prevede poi che già il 7% del fondo di finanziamento ordinario venga distribuito alle università più virtuose. Che dire? Assolutamente condivisibile: il massimo polo culturale di una nazione deve essere informato al la virtuosità e non già all’inefficienza.
Per quanto riguarda il diritto allo studio – quello che oggi non viene garantito dalle università baronali che studenti poco informati e poco accorti continuano a difendere – il decreto prevede un investimento di 65 milioni di euro per la costruzione di nuovi alloggi universitari e 135 milioni di euro per l’erogazione di borse di studio destinate esclusivamente ai più meritevoli.
Concludo infine con una nota sul rientro dei cervelli italiani fuggiti all’estero. Il decreto darà facoltà alle università italiane di coprire i posti di docente ordinario, associato e di ricercatore, richiamando in patria studiosi italiani impegnati stabilmente in università o centri scientifici fuori Italia. Il che non è affatto male.
Piuttosto, prima di chiudere, una breve considerazione: il decreto non esaurisce tutte le problematiche dell’università italiana, ma certamente è un buon punto di partenza per riordinare un settore vitale per la cultura e il progresso della nostra società. Si potrà e si dovrà fare di più, soprattutto per quanto riguarda la dinamica dei collegamenti tra università e lavoro e tra università e professione, non sempre ottimizzati, e anzi, oggi addirittura avviliti da baronati, nepotismi, sprechi e dalla fondamentale quanto triste considerazione che l’università al fin fine costituisca per molti studenti un momentaneo parcheggio prima di trovare lavoro, con tutte le problematiche connesse al sovraffollamento delle aule e degli ostelli che impediscono una più serena e proficua vita universitaria a tutti coloro che negli atenei non vanno per perdere tempo, quanto piuttosto per studiare.
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