Soffermiamoci un attimo a riflettere. Ci sono certe considerazioni finiane sulle quali si potrebbe essere d’accordo. Il Popolo delle Libertà, oggi come oggi, è un partito fragile, non ancora ben amalgamato. Un partito con le pareti sottili, sorrette esclusivamente dal berlusconismo. Non c’è, in altre parole, una struttura solida. Non c’è un radicamento territoriale capace di attrarre consenso diffuso anche a livello locale. Non ci sono leader con grandi doti organizzative e non c’è un meccanismo democratico che permetta un diretto collegamento tra la base e i vertici del partito. Il PDL è, in altre parole, un partito in divenire. Un partito che si sta formando e che necessita di crescere. Eppur questo, i finiani hanno sbagliato nel creare il “caso” di un partito antidemocratico, verticistico, allo sbando e immorale. Hanno sbagliato perché il pulpito è sicuramente il meno adatto: Fini comandava AN come fosse cosa sua e non tollerava dissenso. E hanno sbagliato perché sicuramente hanno indebolito non tanto Berlusconi, quanto il centrodestra in genere, facendo il gioco degli avversari, e precisamente della sinistra che – tramite i finiani – hanno ottenuto la certificazione di quanto vanno a blaterale da sedici anni.
Un altro problema fondamentale che i finiani hanno sollevato è quello etico-morale. Intendiamoci: non condivido affatto il loro giustizialismo e il loro moralismo. L’inopportunità di certe considerazioni e azioni promosse da Fini & C. oggi si stanno ritorcendo contro chi le ha pronunciate, perché nessuno è senza peccato da avere il diritto di scagliare la prima pietra. E il garantismo è un principio fondamentale non tanto di un solo partito, quanto di una società che non può e deve demonizzare una persona solo perché su di lei è stato aperto un fascicolo in una qualsivoglia Procura della Repubblica. Il secondo degli errori dei finiani dunque è stato questo: opporsi al berlusconismo rinnegando il garantismo. Perché se è chiaro che garantismo e berlusconismo non sono sinonimi (e mai potrebbero esserlo), Fini & C. avrebbero potuto opporsi al berlusconismo, rimanendo in primo luogo garantisti. La questione morale è una politica a doppio taglio: come tale deve essere maneggiata con cura.
Il terzo problema – sicuramente fondamentale per l’opposizione finiana – è la leadership di Berlusconi. E’ indubbio infatti che la diaspora finiana è sorretta sulle due considerazioni anzidette: partito disorganizzato da una parte e questione morale dall’altra. Ma l’obiettivo di Fini era ed è uno: la leadership nel centrodestra. Non tanto e non solo quella nel PDL, ormai sfumata, quanto della destra cosiddetta moderna. Ed è qui, in verità, che vi è stato il terzo grossolano errore di Fini. La contestazione della leadership berlusconiana è avvenuta nelle forme e con contenuti ben lontani dai valori della destra. Se Fini avesse davvero voluto contestare a Berlusconi la leadership non avrebbe dovuto proporre programmi e progetti che mal si conciliano con il sentimento destroso. Non è possibile infatti promuoversi leader della destra con argomenti come la cittadinanza breve, il voto agli immigrati, il riconoscimento delle coppie gay, il testamento biologico (in una forma troppo radicale). E sicuramente non è possibile promuoversi leader della destra, escludendo a priori la componente cattolica ed esaltando il radicalismo laicista. Questi sono banali autogol che hanno allontanato Gianfranco Fini non tanto da Berlusconi (allontanamento che non avrebbe in verità scandalizzato nessuno se si fosse consumato nella maniera giusta), quanto dal popolo di destra che non ha più riconosciuto in Fini il riferimento ideologico e ideale della destra post-missina.
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