Come per ogni manifestazione, il gioco dei numeri diventa il nodo centrale. Quanti siamo? Un milione. Quanti erano? Centocinquantamila. Facendo una media, probabilmente erano circa cinquecentomila. Uno in più, uno in meno non conta. Conta la grande prova liberale e democratica che ha dato oggi il popolo dei moderati, solitamente poco attratto dalla piazza e non abituato a urlare e a rivendicare. Un po’ per pigrizia e un po’ perché chi bada al sodo, ha davvero poco tempo da dedicare a quello che a sinistra è ormai diventato un rito folkloristico, spesso patetico e inutile. Come l’altra manifestazione, organizzata oggi per protestare contro la privatizzazione dell’acqua (che altro non è che la devoluzione della gestione idrica a società private, posto che le società pubbliche – come spesso si è dimostrato – hanno la tendenza a diventare carrozzoni politici dove si sistemano gli amici e gli amici degli amici). Una manifestazione che ha confermato la pochezza e il forte interesse clientelare della sinistra a una gestione dell’acqua che contempli sempre l’intermediazione politica e dunque partitica.
La manifestazione di San Giovanni è stata invece una prova di grande coraggio liberale, anche dinanzi all’ennesimo no del Consiglio di Stato che proprio oggi ha confermato quanto avevano già detto i giudici del TAR: non vi è prova della presenza dei documenti il giorno della seconda presentazione delle liste, non bastando in questo caso la mera presenza dei delegati nel tribunale. Come se questi delegati fossero andati nel tribunale per farsi una gita di piacere. Pertanto, non essendovi la prova – sostengono i giudici – non è neanche soddisfatto il requisito interpretato dal DL Salvaliste. In altre parole, il PDL è fuori nella provincia di Roma in modo definitivo.
Nonostante questa delusione giudiziaria, la manifestazione ha messo di malumore la sinistra, che oggi rosica. Le dichiarazioni sono eloquenti: evidenziano nervosismo. Basti leggere quel che afferma Bersani: “Berlusconi non si comporta da statista, ma da capopolo.” Be’, dico io, in una manifestazione ogni leader si comporta da capopopolo. Lo statista lo si vede in altri ambiti, non certo in una manifestazione di piazza. E del resto, anche lui si è comportato così nella manifestazione del 13 marzo, anche se la sua stella venne offuscata dal vero capo dell’opposizione, Tonino Di Pietro, un signor capopopolo. Ma Pierluigi, convinto del fatto proprio, non si ferma e continua: “Un capo del governo che dice quello che dice scagliandosi contro istituzioni fondamentali, come quella della magistratura per esempio, credo sia un capo del governo che piccona lui alcuni elementi basici della nostra vita comune e questo è preoccupante. Bisogna ricordare al nostro capo del Governo che le regole vengono prima del consenso. Le regole si cambiano ma finché ci sono si rispettano e questo è un elemento che purtroppo sfugge al nostro presidente del Consiglio.” Rispondo io: non mi pare che Berlusconi abbia attaccato la magistratura. Il Premier davanti ai suoi sostenitori ha attaccato quella parte minoritaria di magistratura che usa le inchieste per fini di lotta politica, e non già tutti i giudici, e non già tutti i pubblici ministeri. Mentre per quanto riguarda le regole: il problema che sfugge a Bersani è che sono proprio le regole di cui ciancia a non essere state rispettate. Ma va da sé che la sinistra è la signora delle mistificazioni, per cui c’è ben poco da meravigliarsi dinanzi a simili uscite.
Passando invece al leader vero dell’opposizione – Antonio Di Pietro – be’, lui non va tanto per il sottile: accusa il premier di attaccare la magistratura, considerando questo attacco un attentato alla Costituzione. Dico io che se davvero in queste ultime settimane c’è stato un attacco alla Costituzione quello si è verificato quando Di Pietro ha violentemente criticato il capo dello Stato perché si era permesso di firmare il decreto legge interpretativo. Ancora una volta è da registrare che da parte dell’ex magistrato, la Costituzione è una carta relativa: da usare a seconda del proprio tornaconto.
Insomma, a dirla tutta, la sinistra oggi ha palesemente avuto paura, e parecchio. Il nervosismo – come ho detto – impera. Basta riprendere un attimo le parole di Bersani, il quale, dopo aver detto che loro comunque vinceranno con o senza la lista provinciale del PDL, afferma che quando la sinistra ha manifestato, ha fatto piazze costituzionali. Su questa affermazione, è difficile non trattenere una risata. La piazza è di per sé costituzionale. La critica alle istituzioni, fatta in piazza, è di per sé costituzionale. Non è costituzionale andare in piazza armati, come capita sovente quando a protestare sono i no global, i centri sociali e gli estremisti di sinistra con il malsano hobby di distruggere tutto. Questo sì che è incostituzionale. Pertanto l’augurio di Bersani è certamente da restituire al mittente con posta prioritaria a carico del destinatario. Non è una cultura che appartiene al popolo moderato, e si è visto.
Un’ultima riflessione riguarda l’effetto elettorale di questa manifestazione. Sul punto mi pare che quanto è avvenuto oggi lasci ben sperare per queste elezioni. Soprattutto nel Lazio, visto il grave handicap dell’esclusione delle liste provinciali PDL e il rifiuto della regione Lazio di rinviare il voto per favorire la lista di Vittorio Sgarbi, riammessa dai giudici, ma – ahinoi! – impossibilitata a fare una concreta campagna elettorale per via dei tempi molto stretti. Sul problema è bene dire che il PDL si era reso disponibile, ma la Bonino e la sinistra invece hanno rifiutato categoricamente questa eventualità, nonostante fino a ieri fossero stati invece d’accordo; forse perché temevano che i giudici avrebbero riammesso la lista del PDL, cosa che invece – abbiamo visto – non è avvenuto. Quando si dice: due pesi e due misure…
Fonte news: Adnkronos.










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