The Snow Goose, letteralmente “Oca di neve”, in ossequio al racconto di Paul Gallico che parla di un’oca e di un guardiano di faro durante la seconda guerra mondiale. Questo è il favolesco titolo di una delle pietre miliari del progressive rock di matrice sinfonica: il magnifico disco dei Camel.
The Snow Goose è effettivamente un magnifico disco: leggero e leggiadro, a cavallo tra un dipinto dei tenui colori pastello e la delicatezza di intarsi musicali dal vago sapore barocco. Un disco completamente strumentale (se non si contano il “dudu” di Migration e lo “uuu” di Preparation); un disco che non da respiro all’ascoltatore, visto che è concept non solo la trama, ma pure la musica che non presenta quasi mai soluzione di continuità. Di fatto, il disco è un pezzo unico fatto di continui e repentini cambi di tempo (a volte incalzanti, a volte malinconicamente lenti), fioretti di flauto, riccioli di tastiera, rasi di chitarra ed evocazioni sinfoniche.
Non so se sia questo il migliore disco dei Camel. Per alcuni non lo è, ma è davvero dura, perché The Snow Goose se la gioca alla grande con l’altro grande mito dei Camel di Andy Latimer: Mirage; e per altri, addirittura, con Rain Dance del 1977.
Per quanto mi riguarda, The Snow Goose è di un perfezionismo melodico davvero incredibile. Forse non è ricco di grandi virtuosismi musicali (del resto, sia Latimer, sia Bardens non hanno mai mostrato grande interesse per questi eccessi stilistici, nonostante non li facciano certo rimpiangere). La loro musica è sempre stata delicata, poco propensa all’impatto strumentale, ma chiaramente non priva dello strumento. Nel disco in questione, infatti, lo strumento è al centro del disco… o meglio gli strumenti…
E’ una favola musicale The Snow Goose. Non vi sono dubbi in proposito. Se esiste un lavoro rock o progressive rock che narra una favola, e la narra con i canoni tipici delle favole, questo è – appunto – The Snow Goose, a cavallo tra l’intenso lirismo di una storia d’amore e l’epicità di una storia fantastica.
Il disco nasce nel 1975, dopo il fortunato Mirage che porta i Camel a una discreta notorietà in Inghilterra e in Europa, in piena ondata progressiva. Avrebbe dovuto essere il disco di sfondamento dei Camel, ma non lo fu. Il pubblico lo accolse con grande interesse, ma non con quel tanto che basta a lanciare la band nell’olimpo del grande rock (cosa che invece era avvenuta per i Genesis, gli Yes e soprattutto i Pink Floyd). Così il disco rimane un delicato tratto naif del progressive rock, spesso non considerato se non dagli appassionati e da chi – amante degli anni ’70 – serba il disco fra la collezione di vinili.
Ma chiaramente questo non impedirà poi ai Camel di proseguire con la loro prolifica carriera (e con molti cambi di line-up che hanno come unica costante il mitico Andy Latimer), sempre informata a un buon progressive rock sinfonico-melodico che non tradiranno mai, neanche dopo che il punk fece terra bruciata intorno a un modo di fare musica considerato superato e vecchio. E in un certo senso, neanche dopo che il progressive tornerà timidamente in auge con l’imporsi all’attenzione del grande pubblico del neoprogressive.
In ogni caso, tornando al nostro The Snow Goose, mi sento di consigliarlo a coloro che il progressive lo conoscono già ma non hanno ancora avuto occasione e modo di ascoltarlo (o di ascoltare i Camel); mentre, per quanto riguarda coloro che sono a digiuno di progressive (o peggio, credono sia solo una branca della tecno-house discotecara), il consiglio è di ascoltare in primo luogo i primi dischi dei Camel, in particolare Mirage e poi darsi al consumo di The Snow Goose.
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Vincenzo
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