Due casi diversi. Due mondi distanti in modo pressoché abissale. Eppure uniti da un filo flebile che si chiama Silvio Berlusconi. Già, perché il primo fu colui che a dicembre 2009 scagliò la statuetta del Duomo di Milano contro il premier, ferendolo gravemente al volto. Il secondo invece fu uno dei contributori alla nascita di Forza Italia, oggi coinvolto in un processo che dura da quindici anni e che lo ha visto imputato di concorso esterno in associazione mafiosa.
Tartaglia oggi è stato assolto perché il PM ha sostenuto la tesi della non imputabilità del reo per incapacità temporanea di intendere e di volere. Il GUP ha ritenuto fondata la richiesta e ha disposto solo l’applicazione di una misura di sicurezza, consistente in un anno di ricovero coatto presso una comunità terapeutica. A Marcello Dell’Utri invece è stata confermata la condanna in appello, sebbene riformata sia nella determinazione del fatto di reato e sia conseguentemente nella pena inflittagli. I giudici della Corte d’Appello hanno infatti ritenuto completamente infondata la tesi della “trattativa mafia-Stato” successiva al 1992, che avrebbe visto l’on. Dell’Utri fra gli esponenti più attivi di questa trattativa, anche in ragione della fondazione di Forza Italia e dei suoi rapporti con i fratelli Graviano (con tutto quello che ne è conseguito in termini di connessioni tra mafia e il nascente partito berlusconiano sulle quali la letteratura giornalistica è pressoché sterminata), e lo hanno assolto perché “il fatto non sussiste”, ritenendolo invece responsabile per i fatti anteriori alla data anzidetta.
Leggendo i giornali, quella che fa parlare di più è ovviamente la condanna di Dell’Utri. Dalle parti del PDL si esprime solidarietà al Senatore e si attacca chi, dentro e fuori la magistratura, ha voluto spingere verso i teoremi complottisti e collusivi, cercando in questo senso di delegittimare un partito, un’area e il suo leader. Mentre dalle parti della sinistra, ovviamente, si esulta per la (conferma della) condanna di concorso esterno in associazione mafiosa, anche se a denti stretti per il distinguo temporale operato dalla Corte d’Appello. Perché l’assoluzione per il periodo successivo al ’92, fa cadere il castello accusatorio sul quale era stata incentrata la campagna antiberlusconiana degli ultimi quindici anni. Il sospetto di collusioni mafiose, il sospetto che la genesi di Forza Italia fosse radicata in un oscuro e criminoso accordo mafioso… il sospetto che la discesa di Silvio Berlusconi in campo non fosse così disinteressata come poteva sembrare, sono stati definitivamente spazzati via dalla stessa magistratura che su un altro versante e a molte centinaia di chilometri di distanza pur avendo riconosciuto la gravità di un gesto inconsulto come quello commesso da Tartaglia ai danni del Premier, come uomo e come figura istituzionale, ha ritenuto di non dover procedere alla condanna perché l’uomo al momento di compiere il fatto era incapace di intendere e di volere.
Una sentenza che non può non lasciare perplessi, sebbene personalmente non abbia carte che possano confutare o confermare questa decisione. Lascia comunque perplessi più di quanto lasci perplessi la sentenza su Dell’Utri. Era quasi palese, nel caso del Senatore, che le accuse contro di lui fossero insussistenti. I giudici non hanno fatto altro che rilevare tale inconsistenza e smontare le accuse contro il senatore. Nel caso di Tartaglia invece la dinamica del fatto, così come riportata dagli organi di informazione, ha lasciato un mare di dubbi. Ma – ripeto – è difficile, senza lo stesso grande risalto mediatico avuto dal processo dell’Utri, capire esattamente cosa sia accaduto quella sera di dicembre. Girando per la rete, se ne leggono e vedono di tutti i colori. Si è arrivati addirittura a ipotizzare un falso attentato. Quello che è certo è che nel caso in questione dalla condanna esemplare all’assoluzione piena per infermità di mente, non c’era di mezzo l’oceano, e nemmeno il mare. Magari solo un rigagnolo. I misteri della nostra giustizia!
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Davide
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