Il ricorso non è stato rigettato: sgombriamo il campo da facili equivoci. Non si tratta di una decisione nel merito. I giudici del Tribunale Amministrativo Regionale hanno semplicemente rigettato la richiesta di sospensiva, e cioè di un provvedimento cautelare che avrebbe permesso alla lista provinciale di concorrere al voto. Non è pertanto una vittoria dei detrattori del PDL: la Polverini comunque concorrerà nel Lazio, tranne che nella provincia di Roma. E’ solo un pari e patta, almeno per ora. Perché chiaramente c’è ancora il ricorso al Consiglio di Stato. I legali del PDL sono stati chiari, anche perché la motivazione dell’ordinanza è assai discutibile. I giudici infatti – dopo aver precisato che non vi è prova della presenza dei delegati del PDL nell’area giudiziaria – parlano della inapplicabilità del decreto salvaliste in ragione del fatto che la regione Lazio ha una sua legge elettorale: la n. 2 del 2005.
Vero. Ma come ho già spiegato, tale legge regionale rinvia, per gli aspetti contestati dinanzi al TAR, a una legge statale, la n. 108 del 1968, ancora operativa e in vigore e sulla quale lo Stato è intervenuto legittimamente con un decreto di interpretazione autentica legittimamente, nel solco di quanto dispone la Costituzione. La decisione dei giudici amministrativi pertanto è profondamente errata, illogica ed è contraria al dettato costituzionale, anche in ragione del fatto che il giudizio di costituzionalità, insito incredibilmente nella decisione, non è di competenza di un giudice ordinario o amministrativo, ma è della Corte Costituzionale. La disapplicazione della norma contestata di fatto equivale a una dichiarazione di incostituzionalità surrettizia e localizzata al caso di specie.
Alla luce di ciò, è chiaro che parliamo di un vero e proprio scempio giuridico, come ben pochi se ne sono visti nella storia della giurisprudenza. Il ricorso al Consiglio di Stato è pertanto d’obbligo, consapevoli che i giudici amministrativi del supremo tribunale sapranno ripristinare lo Stato di Diritto violato con una sentenza che dire abnorme è davvero un eufemismo, per la evidente contraddizione giuridica che la caratterizza. Mi chiedo, ancora una volta, quale sia l’animus che muove questi giudici quando devono decidere ricorsi così delicati.
In ogni caso, al di là di questo, oggi – sappiamo – è stata depositata nuovamente la lista, in ragione di quanto dispone il decreto. Orbene, tale ammissione dovrà essere decisa dalla Corte d’Appello. Se la Corte riterrà di rifarsi al medesimo ragionamento del giudice amministrativo, la frattura istituzionale-costituzionale si aggraverà ulteriormente, e allora dovrà intervenire il Parlamento, con tutto quel che ne consegue in termini di tempo e degli effetti che verranno a comportare queste elezioni che praticamente rischiano di regalare l’amministrazione della Regione Lazio a una parte politica – la sinistra – non solo minoritaria, bensì anche gravemente responsabile della cattiva amministrazione della regione in tutti questi anni, con l’epilogo che ben sappiamo dello scandalo dei transessuali che ha coinvolto il suo ormai ex presidente.
D’altro canto, è chiaro che questa situazione davvero pasticciata è comunque frutto anche (e soprattutto) delle responsabilità del PDL, il quale, a livello locale, ha dimostrato di affidarsi a persone davvero dilettanti e incompetenti. Se oggi possiamo dire che la democrazia è messa in pericolo da questa sinistra stracciona e autoritaria, che ritiene di potersi appropriare della cosa pubblica con i cavilli giuridici, anziché con una sana competizione elettorale basata sui programmi, è anche vero che la destra gliel’ha servita su un vassoio d’argento. Pertanto, strappiamoci pure le vesti per questo scempio che oggi si sta compiendo a livello giuridico e politico, ma battiamoci pure le mani sul petto, perché non ci si può lasciare fregare così come dei dilettanti. E’ intellettualmente disonesto! Ed è disonesto soprattutto nei confronti degli elettori.










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