Navigando su internet le opinioni dei telespettatori sulla terza serie dell’universo Stargate sono molteciplici. Ci sono giudizi positivi che per lo più arrivano dagli amanti di quell’obbrobrio fantascientifico chiamato “Battlestar Galactica”, il quale – a mio modesto avviso – risulta una serie adatta per chi ama le “seghe mentali” e per le casalinghe appassionate di soap opera. Non certo per chi è abituato al genere realmente fantascientifico, dove è appunto l’avventura e l’esplorazione dell’ignoto a farla da padrone. Nel caso Stargate, è stato proprio questo il marchio di fabbrica che ha decretato il successo della serie, benché la versione Atlantis non abbia riscosso quel genere di ascolti che i produttori si aspettavano.
Dicevo che navigando su internet i giudizi su SGU sono – diciamo – variegati. Alcuni “dotti” opinionisti la esaltano per il suo estremo realismo, denotando che la differenza rispetto a quelle precedenti è data proprio dalla maggiore veridicità della caratterizzazione dei personaggi, dalle inquadrature da videocamera e dai conflitti interiori ed esteriori che implementano i rapporti tra i protagonisti. A me personalmente, invece, fanno entrare in paranoia, quando non mi annoiano. Perché, in SGU, oltre questo, oltre i rapporti costantemente tesi tra il dottor Rush e il colonnello Young, c’è davvero ben poco. Sembra di vedere, in altre parole, un Dinasty ambientato in un’astronave che viaggia nello spazio profondo, dove il tema dominante non è l’occasionale esplorazione dell’ignoto, l’avventura nello scoprire nuove forme di civiltà e il tentativo di ritornare a casa (sulla Terra), ma è il come sopravvivere in uno spazio ristretto, è il cosa mangiare la sera, è chi deve comandare il gruppo di sfigati e chi non. Insomma, un Grande Fratello spaziale che probabilmente viene adorato da chi ama quelle che ho definito più su “seghe mentali” (in salsa spaziale) e non certo da chi sente la nostalgia di personaggi forse più coerenti e più semplici, ma sicuramente più avventurosi e spericolati come il colonnello (o generale) Jack O’Neill, Teal’k, il dottor Daniel Jackson e il colonello Samantha Carter. I quali – per inciso – compaiono anche in questa terza serie, seppur occasionalmente e come trait d’union (forse un po’ forzato) con la prima serie.
Ciò detto, quando ho visto le prime puntate, ho pensato tra me che probabilmente i produttori e gli autori avessero voluto concentrarsi inizialmente sul carattere dei personaggi, per dare al pubblico l’occasione di conoscerli. Pensavo che una volta esaurite le “presentazioni”, la serie avrebbe cambiato tono e ritmo, inserendo un po’ di adrenalina, avventura e ricerca dell’ignoto. Invece, a distanza di dieci episodi, il tono melassoso, noioso, banalmente realistico, non è affatto cambiato, e il massimo dell’emozione che si è provata, dopo un incomprensibile episodio in cui si tratta il paradosso temporale, è una breve scaramuccia con un’astronave aliena e il ritrovamento del dottor Rush, avvenuto a seguito di un “piccolo” diverbio che questi aveva avuto con il colonello Young in un pianeta sperduto.
Mi chiedo quale sia dunque l’obiettivo degli autori della serie. Emulare Battlestar Galactitca, che però aveva una finalità differente? Ricreare le condizioni dei naufraghi che viaggiano nello spazio senza speranza e che anziché aiutarsi si fanno le scarpe a vicenda in conflitti più o meno forzati? Oppure attrarre segmenti di pubblico che normalmente non ama la science fiction tradizionale? Quest’ultima appare – a mio avviso – l’ipotesi più realistica. Del resto è stato detto che SGU sarebbe stato indirizzato verso un target più giovane, e si sa che i ragazzi amano parecchio i drammi esistenziali. Soprattutto se coinvolgono loro coetanei, come il giovane Eli Wallace, segretamente innamorato della bella Chloe Armstrong, la quale invece non se lo fila neanche un po’ (se non come fraterno amico), essendosi invaghita del più statuario tenente Matthew Scott.
Questo è – almeno finora – Stargate Universe: un Dallas spaziale, o se preferite, un Grande Fratello ambientato in un’astronave degli Antichi. Negli ultimi episodi quale sia la direzione intrapresa dagli autori assume tutto il suo più reale significato, quando i nostri “eroi” atterrano su un pianeta sconosciuto che assomiglia alla Terra, ove avvistano un artefatto alieno. Ebbene, nella serie SG1 o SGA, probabilmente la trama sarebbe stata incentrata sullo studio dell’artefatto e su chi probabilmente l’avesse costruito e perché, stimolando di fatto la curiosità dello spettatore e il senso dell’esplorazione dell’ignoto. Non così in SGU, dove l’artefatto viene di fatto ignorato, costituendo solo il contorno funzionale alla trama, incentrata – manco a dirlo – su chi vuole rimanere a vivere sul pianeta e chi invece ha intenzione di tornare sull’astronave e proseguire il viaggio verso casa, oltreché su un altro fatto che qui non rivelo, ma che – a maggior ragione – dimostra per l’ennesima volta che questa non è una serie propriamente fantascientifica, quanto piuttosto una serie dove l’ambientazione fantascientifica è solo un pretesto ambientale per raccontare drammi che sanno più di telenovelas.
Ecco perché posso candidamente affermare che SGU è – diciamo – l’opposto deludente di quanto furono SG1 e SGA. Perché, se anche gli autori e i produttori avessero voluto svecchiare la serie, renderla diversa e forse più interessante, avrebbero dovuto mantenere un certo equilibrio tra le nuove idee e quelle che hanno reso Stargate una serie televisiva di successo. Non a caso, oggi il rischio concreto è che, a lungo andare, l’aridità degli spunti realmente fantascientifici crei un cortocircuito che allontani gli amanti del genere dalla serie e avvicini chi invece con il genere non ha nulla a che fare, e che, condizionando di fatto la direzione dello show verso ambiti diversi e poco fantascientifici con i suoi gusti, potrebbe snaturarlo fino a farlo fallire definitivamente.
Ora, io non so se gli autori e i produttori abbiano già valutato questo pericolo. Del resto, le puntate trasmesse sono ancora poche, e siamo solo alla prima stagione. Ma le premesse ci sono tutte, e altre serie di fantascienza stanno prendendo piede nella televisione (es. l’ottimo Fringe, ma anche Wharehouse 13 e il bellissimo Sanctuary dell’ottima Amanda Tapping). Wright e Cooper dovranno – a mio parere – dare una sterzata alla serie, affinché la patina di noia e di melodramma pseudofantascientifico scompaia dalla sua architettura. SGU avrebbbe infatti tutte le potenzialità per sviluppare ulteriormente l’universo Stargate e consolidarlo per i prossimi decenni come la vera alternativa all’universo Star Trek, ma con queste premesse narrative si va in una direzione diametralmente opposta.
-
cerchiolino
-
mluder
-
http://www.lokodb.com Abdrea
Home

