Che cos’è la sinistra? E’ veramente l’ala riformista del panorama politico di ogni nazione, l’eroina dei deboli e degli oppressi, oppure è solo un concetto ipocrita e astratto? Un mezzo fraudolento per raggiungere facilmente il potere, facendo leva sul senso di bisogno delle persone?
Ma poi cosa s’intende per sinistra? Esistono diverse sinistre: c’è la sinistra marxista-leninista, c’è quella socialista e c’è quella sedicente liberale e riformista. A quale di queste si rivolge l’articolo? Essenzialmente si rivolge a quella che culturalmente predomina: quella nostalgicamente comunista o radicale, la quale è la più forte nel sentimento popolare, grazie soprattutto ai (falsi) miti come Ernesto Guevara e Mao Tse Tung e alla propaganda antifascista che ci ha martellati come tamburi. Politicamente, è comunque difficile distinguere tra sinistra e sinistra. In Italia abbiamo quella più vicina al centro democristiano (oggi PD) la quale, pur ponendosi in un ottica socialdemocratica, non ha perso alcuni “vizi” genetici risalenti alle proprie radici comuniste, mai del tutto negate. E poi abbiamo quella che pervicacemente continua a propugnare il vergognoso credo marxista.
Eccovi perciò un breve (e per nulla esauriente) ritratto della sinistra e delle sue contraddizioni, premettendo che si vuole in questo articolo criticare aspramente le pretese di superiorità morale e culturale della sua ideologia rispetto a chi non condivide e nega queste pretese, poiché frutto di una becera manipolazione della storia e della cultura.
In primo luogo, la sinistra è tendenzialmente una parte politica che vive e prolifica sul disagio sociale, sulle difficoltà della gente, sulla povertà e sulle ingiustizie. Non ha un vero interesse a risolvere i problemi delle persone, perché una volta risolti, essa sinistra scomparirebbe. Ma del resto, ammesso e non concesso che tenti davvero di affrontarli, le soluzioni politiche ed economiche offerte sono tanto risibili e ridicole, quanto pericolose e retrograde, fondandosi sulla spesa pubblica senza limiti, sul dirigismo statalista, sulla pressione fiscale come strumento principe per il recupero delle risorse, sull’annullamento o la compressione delle libertà individuali in nome della ideologica “libertà collettiva”.
Da qui la diffusa cultura del preconcetto rifiuto a ogni riforma del sistema in senso liberale; un rifiuto frutto dell’irresponsabilità di una ideologia limitata e limitatativa, lagnosa e preoccupata solo di tutelare e preservare i propri privilegi sindacali e politici radicati nella società e contrabbandati come valori e azioni politiche positive e a tutela del cittadino.
Questo è un primo volto della sinistra. Ma la sinistra è anche una cultura fortemente egemonizzatrice che tende a considerare l’avversario non già come qualcuno che la pensa in modo differente e a cui bisogna portare rispetto, bensì come un nemico da eliminare politicamente. A ciò si aggiunge la cecità: la sinistra non riesce ad avere una visione d’insieme della società, considerata in modo settario e classista (operai, contadini, borghesi, capitalisti, fascisti ecc.).
La sinistra è potenzialmente illiberare e antidemocratica, nonché eversiva nelle sue frange più estreme (che cos’è la rivoluzione se non una forma di eversione di stampo fascistoide, fondato sul mito comunista della dittatura del proletariato?). Non accetta il dialogo e il confronto, e non permette la partecipazione democratica e la pluralità del pensiero. Per la sinistra ogni pensiero non di sinistra è un pensiero fascista.
La sinistra è profondamente materialista ed eticamente relativista. Considera l’uomo un oggetto, un dato statistico e niente più. Lo spoglia della propria personalità e della propria creatività, del proprio sentimento morale e religioso e lo rende semplicemente un animale capace di creare società nelle quali il diritto dell’individuo è assolutamente sacrificabile per il “bene” sociale. Non è capace di concettualizzare una visione equilibrata tra diritto e libertà individuale e diritti collettivi/sociali.
Proprio per la sua amoralità (o materialità), la sinistra tende a calpestare i valori e le tradizioni di una data società, li ridicolizza e cerca di annullarli, dimenticando che i particolarismi sono la ricchezza di un popolo, la sua identità, il suo passato e il suo futuro. Non ha il senso della nazione e dell’appartenenza, salvo quando intende strumentalizzare questi due valori cari alla destra per affermare la propria egemonia e mistificare la realtà 1.
La sinistra è un’abile mistificatrice della realtà. Usa i sentimenti di libertà e tolleranza in modo del tutto arbitrario e strumentale. Tende a contrabbandare democrazia, libertà e tolleranza come valori partoriti dalla sua ideologia, per confermare il proprio controllo sulla società e imprimere alla stessa la propria visione egemonica della vita, e per favorire, in ultimo, i propri interessi politici ed economici, che certamente non sono pochi stante lo stretto connubio tra poteri forti ed essa sinistra.
Non solo. La sinistra non ha rispetto per il principio della vita e fomenta la cultura della morte. Considera l’aborto un diritto, quasi che una persona abbia davvero il diritto di decidere sulla vita di qualcun altro, sebbene il proprio figlio. Una visione pericolosa, deprecabile e direi primitiva (solo gli animali uccidono i propri cuccioli quando non possono allattarli), perché tale diritto si tramuta nel diritto di assassinio legalizzato. La vita umana – sappiamo – non è una merce, eppure la sinistra la considera tale, sia per quanto riguarda l’aborto, sia per quanto riguarda il concepimento. Ecco allora che la sinistra promuove e sostiene – con la scusa dell’evoluzione scientifica – la selezione genetica umana e i supermarket dei figli perfetti e senza difetti fisici e mentali, con la possibilità di conservare gli embrioni in congelatore quando servono e di utilizzarli per altri fini quando non servono.
Che la sinistra sia profondamente antidemocratica è dimostrato poi anche dalla struttura organizzativa del più grande e potente sindacato italiano di eredità comunista: la CGIL. Sindacato che ha sempre respinto con fermezza l’attuazione del secondo comma dell’art. 39 della Costituzione (carta questa che spesso utilizza impropriamente per i propri fini propagandistici), e che pretende, con arroganza, di intromettersi nell’attività legislativa e di governo del paese, senza averne mandato da alcun elettore.
Concludendo e ritornando al concetto iniziale di sinistra che prolifica sul disagio sociale, tale concetto assume certamente piena validità in una società democratica, ove la concorrenza delle idee è fisiologica e dunque quella di sinistra è una fra le tante (fortunatamente minoritaria). In un tale contesto, non sfugge come la sinistra tenda a fomentare il disagio, per sopravvivere e crearsi nicchie di controllo sociale. Laddove riesce a prendere le redini del potere, poi opera un acquietamento delle proteste, attraverso una forma di conformismo ideologico che non tollera divergenze. Gli esempi, ancora una volta, si sprecano rileggendo la storia dei totalitarismi comunisti che tanti danni hanno creato nelle società in cui sfortunatamente hanno prolificato.
- Esempi. A favore del senso nazionale: Blocco sovietico (storico), Cuba, Cina, Corea del Nord, per rivendicare il diritto al calpestamento costante dei diritti umani, facendo leva sulla sovranità e sul diritto di non intromissione negli affari interni di una nazione. Contro il senso nazionale: in Italia, per affermare la propria egemonia culturale e politica, facendo leva sul sentimento populistico del falso tollerantismo e del buonismo ipocrita che mortifica costantemente la cultura nazionale a favore di culture straniere spesso illiberali e violative dei diritti fondamentali della persona umana. ↩
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