Più leggo le opinioni politiche di questo scrittore, e più rimango perplesso per i ragionamenti scontati e ovvi che fa. Ragionamenti – intendiamoci – di principio condivisibili, ma che non aggiungono nulla di nuovo alla diffusa consapevolezza secondo la quale il nostro paese è amministrato dai politici di professione, e non già da gente con la passione per la politica e la vocazione per il bene comune. Saviano, dunque, dice delle cose vere, ma non dice cose straordinarie o dirompenti; anzi, mi pare che ometta altri aspetti altrettanto importanti. In altre parole, si tratta dell’ennesima denuncia antimafiosa, incentrata su un’impietosa considerazione: le elezioni in Italia rischiano di essere gestite dall’ONU, e lui non vuole vivere “in un paese che dovrebbe chiedere all’Osce, all’Onu, alla Comunità europea di inviare osservatori nei territori più difficili, durante le fasi ultime della campagna elettorale per garantire la regolarità di tutte le fasi del voto“.
Ma perché – mi domando – le nostre elezioni dovrebbero essere considerate alla stregua di quelle di una qualsivoglia repubblichetta sudamericana o una dittatura africana? Be’, è chiaro: perché da noi, e precisamente al sud, la mafia e la camorra inquinano la politica. Ecco il “disturbo” di Saviano… la sua paura. L’idea stessa che al sud la politica sia un ricettacolo di voti mafiosi. Se dunque il Messico è una “narcodemocrazia”, l’Italia – a leggere lo scrittore – rischia di diventare una mafiodemocrazia. Una democrazia basata sui voti e sul riciclo costante dei politici che passano da uno schieramento all’altro senza pudore, spesso collusi con la mafia e la camorra, e che dunque falsano il consenso, fino a renderlo favorevole alla criminalità organizzata.
Tutto banalmente vero, ma è anche vero che non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, non bisogna generalizzare, fare i catastrofisti, o peggio ricondurre la criminalità organizzata a uno specifico schieramento politico, o suggerire – più o meno surrettiziamente – che tutta la politica nel sud Italia sia anche solo potenzialmente inquinata dal voto mafioso. Certo, il nostro scrittore dopo la filippica delle denunce contro i riciclati e i collusi con la mafia nel PDL, se la prende pure con il centrosinistra che candida personaggi dubbi, riequilibrando la critica, salvo poi omettere la questione del candidato alla regione Campania, De Luca; lui – per quanto è dato leggere – è escluso dalla filippica, malgrado sia imputato. Ma non è questo il problema. Il problema è infatti un altro: mi pare davvero poco onesto – intellettualmente parlando – dare una visione dell’Italia del sud così impietosa e così disastrosa e disastrata, da terzo mondo. E’ vero che il clientelismo, e forse anche lo scambio dei voti, i vantaggi personali e altre corruzioni varie, inquinano la politica, ma è anche vero che non è una regola, e non è soprattutto una regola italiana, o peggio del sud. Anche al sud ci sono amministratori onesti che lottano contro la mafia e il malcostume ogni giorno, che hanno ricevuto i voti di persone oneste e che credono in quello che fanno, e sono la maggioranza. Dare pertanto un’impressione di completa disfatta non è corretto e non è giusto.
Al di là di questo, peraltro, vorrei anche fare presente allo scrittore che qui nel nostro paese il giustizialismo sottile e intellettuale, giornalistico e persino politico, non è certo un bene, soprattutto perché tende a dare per condannate… per giustiziate, persone che invero sono solo imputate o addirittura indagate. In una vera democrazia che si voglia dire tale, e che perciò non è una repubblica delle banane dove il voto viene vigilato dall’ONU, anche il principio di innocenza fino a prova contraria è un principio sacrosanto. Eppure, da noi, sembra che questo principio ormai abbia perso il suo più profondo significato, soffocato dal giustizialismo imperante, dal travaglismo e dal dipietrismo. Basta un avviso di garanzia o una misura cautelare (spesso utilizzata in modo dubbio) per rendere la persona colpevole e condannata ancor prima che una sentenza passata in giudicato lo confermi.
Saviano, quando si sfoga, dovrebbe tenere presente anche questo “piccolo” dettaglio costituzionale. Perché è giusto ribellarsi al malcostume politico del voto di scambio, è giusto denunciare che la politica italiana sovente viene corrotta dalla criminalità organizzata (da ambo le parti: non bisogna dimenticarlo!), ed giusto ribadire che i cittadini hanno diritto a candidati “puliti”, ma è altrettanto giusto sostenere con forza – cosa che a quanto pare egli evita – che soltanto una giustizia giusta e non politicizzata può e deve avere il diritto-dovere di accertare se un cittadino è pulito oppure no. Altrimenti, come lui stesso paventa, l’Italia rischia di diventare davvero una repubblica basata sulla mafia, dove il voto onesto può essere garantito solo dagli osservatori ONU, e dove certi magistrati tentano di condizionare lo stesso voto con azioni giudiziarie spesso discutibili, facendo perdere credibilità alla giustizia.
20 marzo 2010
Saviano non vorrebbe il voto sotto il controllo dell’Onu





















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