Ieri, quando scrivevo il post precedente a questo e registravo la querelle alla Direzione del PDL tra Berlusconi e Fini ho pronosticato la possibilità di una riconciliazione, seppur non nel breve periodo. In verità, leggendo i commenti dei protagonisti a freddo e nel segreto degli uffici (così come riportati dalle indiscrezioni dell’entourage), ritengo che le possibilità che fra i due leader ci possa essere una riconciliazione o una nuova piattaforma politica comune paiono davvero remote se non proprio fantascientifiche. Però è chiaro, che se così è, il danno maggiore – come spesso ho detto – lo ha subito Gianfranco Fini, il quale – a mio avviso (e ad avviso di più autorevoli commentatori) – ieri ha consumato un vero e proprio harakiri politico.
In verità, è stupefacente come un leader che pareva destinato a grandi cose, che traghettò il MSI verso l’arco costituzionale e che diede alla destra un ruolo di primo piano nella politica italiana degli ultimi venti anni, oggi sia stato ridotto a un misero 6% all’interno di un partito grande come il PDL. E’ stupefacente soprattutto il suo comportamento di ieri, che pareva quello di un uomo consumato dal livore e dalla rabbia nei confronti di colui al quale deve tutto politicamente. Ricordiamoci infatti che Fini sarebbe rimasto il leader di un partito semi-estremistico di destra, se Berlusconi un giorno non si fosse svegliato e lo avesse investito come sindaco ideale di Roma contro Rutelli, e se non avesse – con Forza Italia – stretto un’alleanza di ferro con il MSI, poi diventato o traghettato in Alleanza Nazionale.
Perché, dunque, Fini si è comportato così? Cosa lo ha spinto verso una rottura che lo ha praticamente rovinato politicamente? Quali sono i suoi veri obiettivi? Chi è che lo ha consigliato così malamente? Perché è chiaro che tutto quello che è accaduto in questi ultimi due anni è frutto di un logorio anche nei rapporti personali con il Cavaliere che pareva impossibile. E forse, sul punto, ho idea che non tutto sia farina del sacco di Gianfranco o di Silvio. Credo che la distanza fra i due… che il suicidio politico di Fini soprattutto, sia frutto di manovre all’interno del PDL per la successione a Berlusconi. Fini – sappiamo – era (il passato è d’obbligo ormai) il suo successore designato, il suo alter ego e la sua eredità, ma evidentemente a molti questo ruolo non andava proprio a genio. E forse (forse!), molti hanno lavorato affinché il destino non si compisse. Seppure – debbo ammettere – è davvero difficile immaginare un complotto in una separazione che non è basata solo sulle incomprensioni personali, ma anche e soprattutto sulla divergenza delle idee. Perché – è chiaro – sono principalmente queste che hanno allontanato in modo irreversibile la coppia, fino al giorno prima considerata inossidabile. Le distanze fra il Cavaliere e Fini sono infatti soprattutto politiche: immigrazione, giustizia, cittadinanza… persino le riforme costituzionali sono state occasione di scontro e divergenze. Insomma, non trattavasi più solo di astio personale, magari alimentato dai falchi di ambo le parti, ma anche di una profonda diversità di vedute che ha peraltro decretato il già paventato suicidio politico di Fini, il quale, mai come oggi, si è allontanato dal popolo che per anni gli ha dato fiducia e lo ha votato e ammirato.
Una brutta situazione che probabilmente un vero leader avrebbe evitato come la peste. L’eredità politica che ora il presidente della Camera è destinato a raccogliere sarà poco più di una manciata di senatori e parlamentari che non avranno peso nelle scelte della maggioranza e del governo. Un bell’affare, non c’è che dire: da probabile e futuro leader del più grande partito italiano, a capo di un manipolo di rivoltosi il cui numero non è neanche sufficiente per dare sostanza a un partito del cespuglio; da grande esponente della destra italiana, a capo del nulla politico, che non potrà stare a destra, ma che nessuno vorrà a sinistra, perché se è indubbio che la sinistra oggi abbia cavalcato le ragioni del presidente della Camera per combattere Berlusconi, raggiunto l’obiettivo (creare divisioni), Fini non servirà a nulla e come tale verrà gettato alle ortiche, anche perché è altamente improbabile che il presidente della Camera vada a finire nella zona rossa. Sarebbe il più patetico esempio di trasformismo politico di tutta la storia della politica italiana… l’esemplificazione più fulgida dell’opportunismo che non oso immaginare appartenga a Fini, neanche in questo momento così triste per lui.
Quale sarà dunque il futuro più probabile del presidente della Camera? Se si ostina a rimanere all’interno del PDL, la sua non sarà una vita facile, perché è destinato all’isolamento politico: ha fatto le sue mosse e non sono state strategicamente utili alla sua riscossa. Tutt’altro! Come ho detto, hanno costituito il culmine di un percorso suicida che non avrei mai creduto gli appartenesse. Se deciderà di uscire dal partito (e molti lo auspicano), be’ allora – come ho paventato più su – il suo sarà un inesorabile declino politico in un qualche rovo del centro, forse a fianco di Casini e Rutelli, e magari in compagnia di Montezemolo, visto che ora il signor Fiat si è liberato degli impegni del Lingotto. Certo, un destino politico poco edificante per chi fino a ieri era considerato il capo indiscusso della destra e il futuro leader dell’intera coalizione. Se lo strappo dovesse consumarsi con l’addio al PDL, non possiamo che fargli gli auguri, anche perché la palude centrista ultimamente è sovraffollata di perdenti…









0 Commenti • Commenta anche tu!
Nessun Commento ancora. Vuoi essere il primo?