Ora tocca al PDL dire la sua. Dopo che Fini ha esternato la sua rabbia nei confronti del partito che non c’è, ma che pur non essendoci lo ha cacciato via perché dissenziente (secondo lo strano concetto di “dissenso” che ha l’ex leader di AN), ecco che prendono la parola gli ex colonnelli di AN che puntualizzano alcuni passaggi del loro fu generale. Da Alemanno a La Russa, passando per Gasparri e Matteoli, i commenti sono pressoché unanimi: non sono stati i colonnelli ad aver cambiato leader, ma è stato il generale a cambiare casacca. Del resto, Maurizio Gasparri, che non brilla certo per grandi intuizioni, ha detto una cosa significativa sul punto: “Noi non abbiamo cambiato le nostre idee. Fini invece sì, a partire dall’immigrazione e dalle coppie di fatto di cui non ha parlato. Fini ha fatto un frullatore tra Almirante e le bandiere di associazioni gay….”
Come posso dargli torto? Mi chiedo ancora una volta come farà un elettore di destra, quando sarà il momento di mettere la croce sul partito finiano (se mai ci sarà), dare il proprio voto a un leader e a un movimento che propone tematiche ben lontane dai valori conservatori e molto più vicini a quelli di una Rifondazione Comunista qualsiasi. E’ difficile davvero immaginare di votare Fini e rischiare di vedersi serviti sul proprio piatto le minestre proposte per anni da un Ferrero, un Diliberto o un Bertinotti. Mi domando perciò se alla fine – a destra – chi ha deciso di seguire Fini, pur di seguire l’uomo, in verità non abbia tradito (consapevolmente o inconsapevolmente) le proprie idee e i propri valori. Diversamente non mi spiego il consenso che il Presidente della Camera riscuote fra qualche elettore notoriamente destroso, forse più deluso dal berlusconismo che realmente entusiasta del finianismo.
Il nocciolo del problema sta proprio nella seguente domanda: si deve seguire il leader o le proprie idee e i propri valori? Apparentemente il quesito sembrerebbe di difficile risposta. In verità non lo è se si è coerenti con il proprio pensiero. E tanto per capirci, provo a fare il ragionamento su me stesso. Personalmente non condivido (quasi) nulla di quanto è Fini oggi: delle idee che esprime e di come le esprime. Non mi è piaciuto il suo atteggiamento nei confronti del PDL, a partire dalle “comiche finali” fino a Mirabello. E questo perché quello che un tempo era il politico di riferimento del popolo di destra oggi è un perfetto estraneo: è un uomo che si è allontanato abissalmente dalle idee e dai valori vicini a questo popolo, tradendoli clamorosamente. Ebbene, se questo è vero e se al posto di Fini ci fosse stato Berlusconi, be’, io credo che il risultato e la critica sarebbero stati identici. Perché i leader contano fino a un certo punto se le idee non ci sono (più). E del resto, come dice il titolo di questo post: si seguono gli ideali e non gli uomini.
Il rammarico più grande, piuttosto, è il fatto che alla destra oggi sia rimasto solo Berlusconi. Pur riconoscendogli grande carisma e alcuni indubbi meriti, non posso negare che il Cavaliere non sia il massimo per il popolo destroso, orfano del proprio leader storico. Il PDL infatti non è sicuramente – come afferma Fini – un partito che non esiste, ma non è certo un partito. E’ qualcosa di meno di una solida formazione politica: è un movimento che pecca ancora di cesaropapismo. Il che mi porta a fare un’ulteriore considerazione: se il Cavaliere vuole davvero smentire le stilettate velenose e dileggianti di Fini sul “partito che non c’è”, deve avere il coraggio di prendere la decisione più giusta per il PDL. Deve avviare un processo di riforma e convocare un congresso per dare al Popolo della Libertà una struttura che favorisca il reale radicamento nel territorio e un maggior coinvolgimento della base nei processi decisionali. Altrimenti, il rischio è che il consenso si sfaldi, perché gli ideali devono trovare non solo un leader che li rappresenti e li sintetizzi in azione politica, ma pure una casa comune in cui cristallizzarsi nel tempo. Anche perché, oggi, l’alternativa è che diventi “casa comune” una formazione politica ambigua e insipida come Futuro e Libertà, la quale – diciamocela tutta – con la destra ormai ha ben poco da spartire (se non nel nome), laddove in verità rappresenta solo l’ennesima edizione del centrismo democristiano, vista pure la propensione di Fini ad ammiccare con Casini e Rutelli, i migliori studenti del manuale Cencelli…
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Salvatore
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