Sono uno di coloro che ritengono la cultura la carta d’identità di un popolo. Sono fra coloro che biasimano l’Italia per la sua incapacità di trasformare la cultura in benessere economico e viceversa. Epperò sono anche fra coloro che non vede di buon occhio la cultura di regime, quella di sinistra che impazza nelle nostre scuole e università, e quella assistenziata che non riesce a sostenersi da sé ma ha sempre bisogno dei soldi pubblici per finanziarsi.
Mi domando: perché in USA, un film trova sempre grandi finanziatori privati? Perché gli americani possono permettersi di investire milioni di dollari per la realizzazione di un film? Perché invece da noi è impossibile fare un film come Il Signore degli Anelli e perché ci si lagna sempre con le istituzioni che non scuciono un euro per finanziare un copione, un concerto o un’opera teatrale? Perché da noi la cultura non riesce spesso a recuperare neanche le spese per sostenersi?
La risposta è semplice. Perché la nostra cultura oggigiorno fa letteralmente «schifo» ed è identitariamente «sterile». Perché è la quintessenza della noia neorealista e bacchettona. E perché da quarant’anni non dice nulla di nuovo, essendo un fenomeno a cavallo tra il continuo rewind sessantottino e la becera banalità. Ma soffermiamoci un attimo sui tre settori più importanti della cultura, musica, letteratura e cinema, e vediamo nel dettaglio il perché.
Musica. È stranoto che la canzone italiana è staticamente ferma alla canzonetta amorfa e noiosa di Mengoni e Carta, e al rock inconsistente di artisti come Vasco Rossi e Ligabue. Fanno indubbiamente cassa: sul punto non v’è alcun dubbio, ma culturalmente cosa dicono di interessante? (Non già di nuovo – badate! – ma di interessante!) Il pop-rock italiano ha vissuto una grande stagione innovativa e sperimentale negli anni ‘70, per poi inevitabilmente affogare nella banalità delle sempiterne canzonette amorose il cui monopolio oggi è della grande fabbrica del demenziale collettivo chiamato «Amici». C’è poco interesse per l’underground, per la musica creativa e per gli artisti con una capacità compositiva, diciamo superiore o di spessore. Soprattutto da parte delle Case Discografiche più preoccupate a fare cassa che a investire nella musica di spessore.
Libri. Dal punto di vista della letteratura, debbo fare invece un ragionamento apparentemente inverso. Vi è in Italia la fissa per quel genere di romanzi (lascio stare la saggistica che è un settore a sé) il cui punto di riferimento è il neorealismo, l’ossessione per le «vicende vissute», per il provincialismo criminale, per l’Italia contadina e per i drammi psicologici. Ma il resto? La letteratura propone anche l’intrattenimento, la fantasia, il futuribile, la fantascienza, il fantasy, il giallo. Questi generi – mi domando – donde stanno? La risposta è ovvia: sono affidati alle Case Editrici di nicchia e dunque a un circuito librario limitato. E gli italiani allora che fanno se devono passare un momento di svago con un libro in mano? Chiaramente comprano i maestri dell’avventura stranieri, quelli più facilmente reperibili in libreria. L’editoria italiana, lungi dal valorizzare gli scrittori nostrani, dimostra in certi settori chiave di essere ancora una volta beceramente esterofila. E che dire poi dei concorsi letterari? Orribili gironi infernali autocelebrativi, la cui utilità culturale e innovativa è pari a zero.
Cinema. Passiamo al terzo grande settore della cultura nostrana: le pellicole cinematografiche. Oh, beh, il cinema è uno di quei settori particolari dove l’Italia si divide nettamente in due: da una parte abbiamo il grande show della magica industria dell’intrattenimento, che nelle nostre sale è sempre record di incassi, con pellicole avventurose, fantascientifiche, fantastiche, orrorifiche, comiche, commedie, cartoon ecc. Peccato che i film proposti non siano quasi mai italiani (ci sono rare eccezioni). E dall’altra invece abbiamo lo show della depressione italica, che spesso passa persino inosservata nelle nostre sale, e che, costituendo in alcuni casi il riflesso di una certa letteratura provinciale, esprime film al limite del noioso, del capzioso, dello stucchevole, dell’ansioso, del politicamente scorretto o del trash: psicodrammi, mafiodrammi, spot politici e cinepanettoni. Pellicole che certamente non passeranno alla storia del cinema, e che pur questo, vengono girate con i finanziamenti pubblici. L’ultimo in ordine di data è l’assegno di 500 mila euro che la regione Lazio, amministrazione Marrazzo, ha dato a Nanni Moretti, in qualità di presidente e fondatore della Sacher Films s.r.l., per la realizzazione del film «Habemus Papam», grande «sold out» cinematografico, al pari di Avatar e Il Signore degli Anelli, tanto che fra qualche secolo ci si domanderà se Moretti fu piuttosto il nome di una birra o di un oscuro regista con la vocazione dei girotondi politici di parte…
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Gae8989
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