La ricetta non cambia: inni al comunismo militante, ai criminali di guerra come Che Guevara e alle canzoncine falce e martello che inneggiano al mito della resistenza, omettendo gli assassinii di persone innocenti operate dai cosiddetti «partigiani rossi» in alcune zone d’Italia. Tutta la becera, falsa e retrograda cultura marxista leninista si è data appuntamento in piazza per protestare contro le riforme (giuste) di questo governo. Una protesta chiaramente ideologica.
Ma sul punto, in verità, non c’è nulla di straordinario: da sessant’anni, la CGIL fa propaganda politica sulla pelle dei lavoratori, dei pensionati e degli studenti. Ed è da sessant’anni che pretende arrogantemente di decidere le politiche economiche dei governi eletti dal popolo senza essere stata legittimata da alcuna elezione. Ma in Italia accade questo e il peggio di questo. E il peggio è una politica sinistrata che tende a legittimare questo andazzo, perché è grazie a personaggi come Bersani e Vendola che oggi Camusso e la sua combriccola di comunisti possono arrogantemente permettere che si bruci un manichino del Presidente del Consiglio, quasi fossimo nei territori occupati palestinesi e l’Italia fosse una dittatura (lo sarebbe stata se i nonni politici della Camusso, Bersani ed Epifani avessero prevalso nel lontano 1945).
Gelmini afferma che è paradossale, quasi anacronistico, vedere protestare pensionati e giovani. Del resto, come darle torto? Se oggi i giovani non hanno quasi più diritto alla pensione, la responsabilità è dei lavoratori di ieri che hanno sostenuto politiche sindacali di privilegio e assistenzialismo di stampo comunista, proposte proprio dalla CGIL. L’Italia infatti è l’unico paese nell’ex «blocco occidentale» che «vanta» il peggior sindacato comunista dei paesi capitalisti e liberali; sindacato – come abbiamo potuto vedere ieri – tuttora operativo, benché fuori tempo massimo per la sua esistenza. Perché, se in Polonia il comunismo è stato di fatto messo fuorilegge, come è giusto che sia per qualsiasi ideologia che predica forme di regime dittatoriali, in Italia il comunismo è purtroppo ancora un falso mito che alimenta le peggiori politiche di sempre: quelle clientelari, ciarliere, assistenziali, marxiste e ideologiche. Quelle che in altre parole possono essere considerate le politiche delle «zecche», poiché finalizzate a sostenere con la produttività altrui la sopravvivenza (possibilmente agiata) di alcuni ceti improduttivi della società. E come tali, pure finalizzate a foraggiare sindacati e organizzazioni sindacali che cavalcano il disagio sociale per garantirsi l’autoreferenza e l’autosopravvivenza.
Sentir delirare la Camusso che le politiche del Governo sono sbagliate o non sono sufficienti per risanare l’economia, è peggio che sentire il peggior comico comunista di sempre, il quale fa solo battute che si confanno al suo spirito ideologico, senza un briciolo di sana autoironia e autocritica. Soprattutto sono stigmatizzazioni ridicole e altamente mistificanti, perché è ampiamente dimostrato che la politica economica di questo Governo è stata la miglior politica economica mai attuata da un Governo: ha salvato il nostro paese dal tracollo che sta attanagliando Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda. Ha permesso all’Italia di uscire a testa alta dalla peggior crisi economica degli ultimi settant’anni, e senza scendere a patti con la CGIL. Ed è questo – a mio avviso – il miglior risultato in assoluto: finalmente una politica che opera senza la concertazione con organizzazioni che non rappresentano nessuno (men che meno i lavoratori) e la cui struttura interna non è soggetta ad alcun controllo legislativo, stante la mancata attuazione dell’art. 39 Cost.
Ciò detto, davanti al delirio ideologico di stampo marxista leninista e al revival comunista in stile anni ‘70 consumatosi ieri con il rito del bruciare il fantoccio del Premier, ho in verità la mia dannata convinzione. Quando la CGIL si presta pateticamente a queste buffonate, mi convinco sempre più che la politica italiana sia maturata e stia andando nella direzione giusta. E cioè verso la costruzione di un paese più moderno e liberale, dove la politica economica è decisa solo dai rappresentanti del popolo, di tutto il popolo, senza distinzione di classe e di reddito; una distinzione invero anacronistica che i sindacati come la CGIL continuano a fomentare per un unico e chiaro scopo: mantenere il dominio sui ceti deboli, sui ceti più influenzabili dall’ideologia marxista-leninista per autoconservarsi…
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