Il PDL non gli piace, ma ci è affezionato. Anche a me non piace il mio cane, ma ci sono affezionato. Come dire: non lo amo, però ce l’ho e dunque me lo tengo. O almeno così pare. Fini non avrebbe potuto trovare momento meno opportuno per esternare la sua stra-nota insofferenza per il partito (che peraltro definisce “in rodaggio”), oggi nella bufera per la questione delle liste elettorali escluse in due regioni importanti e strategiche come il Lazio e la Lombardia. E non si capisce il perché abbia parlato adesso. Soprattutto non si capisce perché abbia voluto dispensare la sua ennesima riflessione filosofica in un momento così delicato, laddove sarebbe stato più opportuno dare una mano d’aiuto, una considerazione che avesse teso a sostenere a muso duro il partito che gli ha dato quella poltrona dalla quale pontifica ogni santo giorno contro chi dovrebbe invece rappresentare. E invece nulla. Mentre Schifani e Polverini (la sua Polverini!) invocano l’intervento di Napolitano in difesa della democrazia contro la burocrazia, e una legge ad hoc per riammettere le liste, lui – Fini – si abbandona a riflessioni più profonde e di più elevato spessore, quasi che il problema delle regionali non lo toccassero o lo toccassero marginalmente. Quasi che la sconfitta e l’attribuzione delle regioni al centrosinistra non fossero ipotesi che gli appartengono.
E forse è proprio così. Forse Fini ha ormai la testa e il cuore da qualche altra parte, e persino io che ho sperato fino all’ultimo che la sua fosse una strategia, la strategia del bastone e la carota giocata con Berlusconi, mi devo ricredere. Non è infatti possibile che un politico del suo rango, cofondatore e padre del partito di maggioranza relativa, rimanga indifferente alle sua sofferenza o comunque non la tratti con il giusto rilievo anche a costo di assumere posizioni più marcatamente partigiane. Ci sono sicuramente stati errori, molti criticabili (soprattutto da parte degli ex aennini), ma era ed è suo dovere sostenere in questo momento il partito e gli elettori, i quali oggi si sentono defraudati della possibilità di esprimere i propri candidati, con la beffa di essere stati pure abbandonati da uno dei suoi leader più rappresentativi e importanti. Da colui il quale, più di altri, in passato avrebbe messo la mano sul fuoco in difesa della destra e del suo partito.
Gianfranco Fini è irriconoscibile. Ormai mi sono convinto che non è più il Fini di un tempo. La sua stucchevole fissazione su immigrazione e fine vita diventa ogni giorno sempre più irritante, soprattutto quando viene tirata fuori a sproposito e in un momento in cui i problemi sono altri. Appoggiato e sostenuto da pseudointellettualoidi con la puzza sotto il naso e ammiratori dei salotti buoni, assomiglia sempre più a quei politicanti di sinistra radical chic che piacciono tanto a Repubblica e che solo nella “sacralità” delle sue pagine trovano spazio. La gente del PDL è veramente stanca di lui e delle sue uscite da “San Paolo della domenica”, fulminato sulla via per Botteghe Oscure da chissà quale rivelazione leninista-comunista. Se davvero il PDL non gli piace, che lo lasci e fondi un partito tutto suo, amico di Casini e Rutelli, e simpatizzante di Bersani e della cultura di sinistra. A noi non dispiace di vederlo abbracciare una nuova giovinezza politica. Anzi, per certi versi sarà pure divertente sentirlo sostenere idee che fino a ieri aberrava con tutto il suo cuore e con tutta la sua anima. Certo!, ci si potrebbe allora consolare con la considerazione secondo la quale solo gli idioti e gli ignoranti non cambiano mai idea, però è chiaro che una cosa è cambiare idea, altra è cambiare fazione politica. Si tratta di trasformismo e opportunismo.
E che ci sia opportunismo è indubbio. Una crisi di governo oggi, lo porterebbe in alto. Berlusconi fuori Palazzo Chigi, Gianfranco dentro, capo della solita sbobba di emergenza nazionale che piace tanto a Casini: l’ammucchiata dove c’è di tutto, dalla sinistra di Bersani, che per responsabilità nazionale sosterrebbe questo ipotetico governo, a Rutelli, anch’egli “costretto” per senso di responsabilità nazionale, fino allo stesso Casini, artefice con Fini dell’idea geniale (sostenuta peraltro dai soliti sindacati e confindustria). Insomma, il governo dei trombati e dei poteri forti. Proprio come sognano da parecchio tempo molti politici e industriali a cui prudono le mani per la smania di metterle nella marmellata. Ovviamente ci sarebbe la benedizione di Repubblica e Il Fatto, Corriere e Il Sole 24 Ore. Sul punto non ho alcun dubbio: i sacerdoti del giornalismo “libero” italiano darebbero il loro imprimatur di legittimità senza neanche pensarci un secondo.
Cornuti e mazziati verrebbe da dire. Gli elettori che hanno dato fiducia al PDL rischiano di ritrovarsi senza un loro governo nazionale e regionale, e senza una maggioranza che fino a ieri era forte e solida e che oggi si ritrova mezzo affondata per via dei personalismi di molti esponenti del partito. In primis, di Fini: colui che oggi bacchetta il partito-caserma che però rischia l’anarchia. Ma io mi chiedo: come fa l’ex missino a dare lezioncine di unità nella diversità, se poi lui è il primo a imbarcare acqua nella stiva al primo cenno di temporale? Se non ha speso neanche una parola di autorevole solidarietà per il suo partito per i guai delle liste elettorali? Il suo silenzio e il suo tergiversare sono eloquenti: non vuole fare brutte figure; non gli va di sembrare troppo (troppo!) fazioso davanti ai suoi nuovi e vecchi amici: Bersani, Di Pietro, Casini, De Benedetti, Montezemolo, i Magistrati e naturalmente Napolitano. Eccolo dunque con la bilancina a soppesare le parole che gli fuoriescono dalla bocca. Ah, perché lui ha davvero preso sul serio il ruolo istituzionale e non vuole fare torto a nessuno (a sinistra). Così, anche nei momenti meno indicati e opportuni pontifica sul PDL che non gli piace, sul PDL Caserma che non permetterebbe la libertà di opinione sui temi etici. E prendendosi troppo sul serio, alla fine sta facendo quello che nessun leader farebbe mai, anche se irregimentato in un ruolo istituzionale: remare contro il proprio partito.
-
lotarino
Home

