Si potrebbe parlare anche di armi di distrazione di massa, ma è una locuzione questa stra-abusata soprattutto a sinistra. La ricetta, comunque, è semplice. Per impedire a un governo di lavorare, prendete una o due indagini, un pizzico di scandali e qualche giornaletto fazioso e viziato, disposto a pubblicare sia gli uni che gli altri, e il gioco è fatto. Il governo e il suo premier non avranno quasi più tempo di occuparsi degli affari del paese, perché saranno tutti concentrati a parare i colpi provenienti dai cecchini nascosti e dai soliti noti. Poi, una volta mescolato il tutto, semplicemente sbattete nei giornali la seguente opinione: il Governo anziché lavorare per il bene del paese, si occupa degli affari del Premier. Ergo, Berlusconi (questo è il nome del destinatario dell’opera “giustizialculinaria”), piuttosto che attuare il proprio programma, sta sempre lì a inventarsi nuove idee per evitare di essere giudicato dalla magistratura e magari pure (spera qualcuno) condannato. Perché – è noto a tutti – che la condanna poi porta a disattendere la volontà popolare, le elezioni e tutto il resto. “Il Premier? Un delinquente! Avete visto che non valeva la pena votarlo?” Già sembra di udirli i sinistrati a margine di un fantomatico arresto del Cavaliere. “Noi invece siamo buoni, bravi e pure belli. Noi siamo il nuovo che avanza, la moralità fatta a persona.” E non importa poi che vincano solo perché l’avversario è andato in galera, e non importa che poi dietro la parvenza di democrazia si nasconda il vecchio partito comunista, e non importa poi che i loro programmi siano finalizzati all’egemonia culturale, all’oppressione delle libertà individuali, allo statalismo e un’economia di tipo cinese. Importa che loro diano l’illusione di averci liberato dal nano oppressore, che voleva governare solo per difendersi dai suoi guai giudiziari.
Parlare dunque di “strategia della distrazione” è estremamente significativo ed eloquente. L’Italia ha navigato quindici lunghi anni nel mare della distrazione di massa. La sua carta è stata stravolta e usata a mo’ di scudo da parte della sinistra quando le è convenuto, mentre è stata di fatto rinnegata quando invece non le andava a genio. Così, i magistrati da figure istituzionali soggette solo alla legge, sono diventate figure al di sopra della legge. Infallibili per definizione, apolitiche per definizione (anche quando la loro connotazione politica era ed è più che evidente), irresponsabili per legge e via dicendo. Insomma, figure intoccabili, inavvicinabili e con la misura cautelare facile, perché altrimenti senza questo summa di privilegi e poteri (che quasi quasi non avevano neanche i papi e re dei regimi assolutistici), il rischio era, come tutt’ora è, il golpe. Quasi che la volontà del legislatore che si indirizza verso la riforma delle leggi che disciplinano il potere giudiziario equivalga sempre a un golpe. Il processo “breve”? Un golpe. La riforma delle intercettazioni? Un golpe. La separazione delle carriere? Un golpe. Tutto – per la sinistra – è golpe quando va a incidere sui privilegi e sulla casta che protegge. Quando tenta cioè di rimettere al suo posto un potere che, in quest’ultimo scorcio di storia italiana, ha trasbordato, andando oltre il seminato, mentre la giustizia, quella reale, andava e va a rotoli negli uffici giudiziari inefficienti, nei processi interminabili, nel caos burocratico e nella generale decadenza del diritto positivo in mano a giudici spesso poco preparati ma molto orientati.
La strategia della distrazione mira dunque a impedire che un governo liberale e anticomunista – non certo previsto nei progetti di coloro che sopravvissero al tornado di Mani Pulite – riesca a rinnovare e ammodernare questo paese, affogato nel mito della Resistenza prima e nei motti del ‘68 poi (dai quali – è bene ricordare – arrivano le generazioni che oggi stanno a capo dei poteri istituzionali). Un paese in cui la cappa culturale della sinistra marxista-leninista (sedicente “democratica”) si è talmente diffusa a macchia d’olio in ogni ambito della cultura e del dibattito politico, da essere diventata un vero e proprio cancro che mortifica ancor oggi le esigenze di vera libertà e di vera democrazia, criminalizzando, ghettizzando e delegittimando le opinioni che via via si dimostrano contrarie o comunque incompatibili con lo status quo e con le sacche di privilegio e potere che questa cultura ha creato e difeso negli anni, intorno alle istituzioni, all’istruzione e alla solidarietà sociale. Dinanzi a una siffatta malattia culturale e politica, la verità e la libertà sono state talmente distorte che la mistificazione è diventata la nuova verità, somministrata e propugnata dai vari pulpiti marxisti-leninisti che impazzano nelle edicole, nella TV e sul web, contrabbandati per paladini della libertà.
Ma ci rendiamo conto della mostruosità di questa situazione? Un partito che fino a ieri teorizzava la dittatura del proletariato, l’abbattimento dello Stato borghese liberale, considerava la democrazia l’espressione del padronato, ammiccava con l’URSS, fino ad approvarne le azioni non certo legittime negli Stati dell’area sovietica, oggi è salita in cattedra e pretende di insegnare a noi che siamo sempre stati liberali che cosa è la libertà e cosa è la democrazia. E lo fa, delegittimando proprio l’espressione ultima di questa libertà: la volontà popolare. E lo fa, cercando di approfittare di un’azione giudiziaria, che spesso si è rivelata fallace e inconsistente, protratta pervicacemente a danno del capo del più grande e importante partito liberale e sociale degli ultimi trent’anni. E lo fa, in ultimo, cianciando della superiorità delle regole rispetto al consenso, laddove sono state proprio le regole – in queste ultime elezioni – a essere violate, pregiudicando forse in modo definitivo il consenso che si sarebbe potuto coagulare intorno al candidato che fino a ieri era considerato favorito nella corsa elettorale.
Ieri il popolo di questo grande partito liberale si è riunito in piazza per far vedere che c’è. Si è riunito per dire NO a una casta di politici e di magistrati che considerano lo Stato e l’Italia cosa propria. E’ stata una grande manifestazione di democrazia e solidarietà: la manifestazione di coloro che indubbiamente rappresentano la maggioranza degli italiani e che non vuole i nipotini dei comunisti al governo, perché non si fida di chi in fretta in furia – per arrivare alle leve del potere – si è travestito da buono e da democratico, sfruttando l’onda giudiziaria guidata da colui il quale oggi è il loro migliore e più stretto alleato. E’ stata una prova di libertà, di rivendicazione del diritto di scegliere il proprio legittimo governo; è stata una rivendicazione di popolo, come poche in passato ne sono state fatte. E non certo mi riferisco a chi è professionista della piazza e che, con la piazza, ci vive e prolifica. Questa è stata un’autentica manifestazione liberale, e ce ne infischiamo dei detrattori e di coloro che la criticano, aggrappandosi a quisquilie e sottigliezze, pur di delegittimarla, come è nel loro vizietto. Perché se proprio dobbiamo andare a esaminare le “manifestazioni” rosse o viola che siano, di porcherie ne sono state fatte, e certamente pagare un manifestante per manifestare non appartiene alla cultura liberale… Ma tant’è…
Ritornando alla strategia della distrazione, sicuramente la piazza di ieri ha riportato all’attenzione dei cittadini moderati il pericolo insito in tale strategia, attuata – come dicevo – in tutti questi anni per arginare il consenso naturale del popolo verso l’area moderata, attraverso la costante delegittimazione dell’avversario, il logorio giudiziario che impedisce al centrodestra di attuare quelle profonde riforme economiche e sociali di cui lo Stato, il nostro paese, ha bisogno, dopo anni di “combutta” democristiana-comunista, la quale oggi – guarda caso – è riassunta in un unico partito. E questa strategia, mira pure ad altro: a offuscare i risultati ottenuti nei diversi campi in cui il governo ha operato bene. La lotta alla criminalità organizzata, per esempio. Mai come in questi due anni, la mafia e la camorra hanno subìto sconfitte. Eppure, la strategia della distrazione, ha mirato a etichettare questo governo come amico dei mafiosi. O ancora, il contenimento della grave crisi economica e mondiale: questo governo è riuscito a evitare il peggio, nonostante i detrattori politici e un sindacato ostile, il cui unico scopo è difendere lo status quo e i privilegi. O si pensi alla pubblica amministrazione, con la razionalizzazione e una maggiore vigilanza sulla burocrazia: una selva in cui le sacche di inefficienza e di peculato erano e sono all’ordine dei giorno. Infine, l’immigrazione irregolare, un fenomeno che opprime il nostro paese, fino a renderlo un pericoloso ricettacolo di malavita straniera dove trionfa lo sfruttamento, la prostituzione e la schiavitù. Ebbene, il governo ha operato bene (purtroppo non benissimo) in questo contesto, cercando di rendere più difficile l’approdo nel nostro paese, garantendo così la sicurezza dei cittadini e il benessere di chi qui – immigrato – ci vive in modo regolare.
Che sia dunque un pericolo la strategia della distrazione, è evidente, ma gli italiani non sono stupidi, né tanto meno buoi a cui si possa rifilare di tutto tramite il giornalino del miliardario svizzero o dei manettari in svendita. La maggioranza di loro sa cosa scegliere quando arriva il momento. Non ci sono strategie che tengano e i risultati l’hanno spesso dimostrato. E certamente, la sinistra… questo PD – nipote del comunismo più becero nonostante la fresca riverniciata – non può e deve illudersi per qualche minimo aumento dei consensi o per una diminuzione dei consensi dell’avversario liberale. Il popolo, quando in maggioranza (sempre risicata), non sceglie l’area autenticamente liberale e democratica, non lo fa perché si è lasciato convincere nella genuinità e nella validità degli ex-post-comunisti, su cui i dubbi di vera democrazia e di libertà continuano ad aleggiare persistenti. Lo fa perché è delusa dagli errori commessi dalla sua naturale parte politica, perciò – per quanto la Bandabersani & Di Pietro si illudano – il consenso che magari in futuro riusciranno a ottenere per governare questo paese (io non me lo auguro), sarà sempre minimo, e sarà sempre legato alla delusione indotta dal comportamento avverso. Un po’ come accade con una bella ragazza che quando il suo preferito la delude, si butta sull’altro, ma solo il tempo per dare al suo favorito l’occasione per ingelosirsi e riconquistarla…
Parlare dunque di “strategia della distrazione” è estremamente significativo ed eloquente. L’Italia ha navigato quindici lunghi anni nel mare della distrazione di massa. La sua carta è stata stravolta e usata a mo’ di scudo da parte della sinistra quando le è convenuto, mentre è stata di fatto rinnegata quando invece non le andava a genio. Così, i magistrati da figure istituzionali soggette solo alla legge, sono diventate figure al di sopra della legge. Infallibili per definizione, apolitiche per definizione (anche quando la loro connotazione politica era ed è più che evidente), irresponsabili per legge e via dicendo. Insomma, figure intoccabili, inavvicinabili e con la misura cautelare facile, perché altrimenti senza questo summa di privilegi e poteri (che quasi quasi non avevano neanche i papi e re dei regimi assolutistici), il rischio era, come tutt’ora è, il golpe. Quasi che la volontà del legislatore che si indirizza verso la riforma delle leggi che disciplinano il potere giudiziario equivalga sempre a un golpe. Il processo “breve”? Un golpe. La riforma delle intercettazioni? Un golpe. La separazione delle carriere? Un golpe. Tutto – per la sinistra – è golpe quando va a incidere sui privilegi e sulla casta che protegge. Quando tenta cioè di rimettere al suo posto un potere che, in quest’ultimo scorcio di storia italiana, ha trasbordato, andando oltre il seminato, mentre la giustizia, quella reale, andava e va a rotoli negli uffici giudiziari inefficienti, nei processi interminabili, nel caos burocratico e nella generale decadenza del diritto positivo in mano a giudici spesso poco preparati ma molto orientati.
La strategia della distrazione mira dunque a impedire che un governo liberale e anticomunista – non certo previsto nei progetti di coloro che sopravvissero al tornado di Mani Pulite – riesca a rinnovare e ammodernare questo paese, affogato nel mito della Resistenza prima e nei motti del ‘68 poi (dai quali – è bene ricordare – arrivano le generazioni che oggi stanno a capo dei poteri istituzionali). Un paese in cui la cappa culturale della sinistra marxista-leninista (sedicente “democratica”) si è talmente diffusa a macchia d’olio in ogni ambito della cultura e del dibattito politico, da essere diventata un vero e proprio cancro che mortifica ancor oggi le esigenze di vera libertà e di vera democrazia, criminalizzando, ghettizzando e delegittimando le opinioni che via via si dimostrano contrarie o comunque incompatibili con lo status quo e con le sacche di privilegio e potere che questa cultura ha creato e difeso negli anni, intorno alle istituzioni, all’istruzione e alla solidarietà sociale. Dinanzi a una siffatta malattia culturale e politica, la verità e la libertà sono state talmente distorte che la mistificazione è diventata la nuova verità, somministrata e propugnata dai vari pulpiti marxisti-leninisti che impazzano nelle edicole, nella TV e sul web, contrabbandati per paladini della libertà.
Ma ci rendiamo conto della mostruosità di questa situazione? Un partito che fino a ieri teorizzava la dittatura del proletariato, l’abbattimento dello Stato borghese liberale, considerava la democrazia l’espressione del padronato, ammiccava con l’URSS, fino ad approvarne le azioni non certo legittime negli Stati dell’area sovietica, oggi è salita in cattedra e pretende di insegnare a noi che siamo sempre stati liberali che cosa è la libertà e cosa è la democrazia. E lo fa, delegittimando proprio l’espressione ultima di questa libertà: la volontà popolare. E lo fa, cercando di approfittare di un’azione giudiziaria, che spesso si è rivelata fallace e inconsistente, protratta pervicacemente a danno del capo del più grande e importante partito liberale e sociale degli ultimi trent’anni. E lo fa, in ultimo, cianciando della superiorità delle regole rispetto al consenso, laddove sono state proprio le regole – in queste ultime elezioni – a essere violate, pregiudicando forse in modo definitivo il consenso che si sarebbe potuto coagulare intorno al candidato che fino a ieri era considerato favorito nella corsa elettorale.
Ieri il popolo di questo grande partito liberale si è riunito in piazza per far vedere che c’è. Si è riunito per dire NO a una casta di politici e di magistrati che considerano lo Stato e l’Italia cosa propria. E’ stata una grande manifestazione di democrazia e solidarietà: la manifestazione di coloro che indubbiamente rappresentano la maggioranza degli italiani e che non vuole i nipotini dei comunisti al governo, perché non si fida di chi in fretta in furia – per arrivare alle leve del potere – si è travestito da buono e da democratico, sfruttando l’onda giudiziaria guidata da colui il quale oggi è il loro migliore e più stretto alleato. E’ stata una prova di libertà, di rivendicazione del diritto di scegliere il proprio legittimo governo; è stata una rivendicazione di popolo, come poche in passato ne sono state fatte. E non certo mi riferisco a chi è professionista della piazza e che, con la piazza, ci vive e prolifica. Questa è stata un’autentica manifestazione liberale, e ce ne infischiamo dei detrattori e di coloro che la criticano, aggrappandosi a quisquilie e sottigliezze, pur di delegittimarla, come è nel loro vizietto. Perché se proprio dobbiamo andare a esaminare le “manifestazioni” rosse o viola che siano, di porcherie ne sono state fatte, e certamente pagare un manifestante per manifestare non appartiene alla cultura liberale… Ma tant’è…
Ritornando alla strategia della distrazione, sicuramente la piazza di ieri ha riportato all’attenzione dei cittadini moderati il pericolo insito in tale strategia, attuata – come dicevo – in tutti questi anni per arginare il consenso naturale del popolo verso l’area moderata, attraverso la costante delegittimazione dell’avversario, il logorio giudiziario che impedisce al centrodestra di attuare quelle profonde riforme economiche e sociali di cui lo Stato, il nostro paese, ha bisogno, dopo anni di “combutta” democristiana-comunista, la quale oggi – guarda caso – è riassunta in un unico partito. E questa strategia, mira pure ad altro: a offuscare i risultati ottenuti nei diversi campi in cui il governo ha operato bene. La lotta alla criminalità organizzata, per esempio. Mai come in questi due anni, la mafia e la camorra hanno subìto sconfitte. Eppure, la strategia della distrazione, ha mirato a etichettare questo governo come amico dei mafiosi. O ancora, il contenimento della grave crisi economica e mondiale: questo governo è riuscito a evitare il peggio, nonostante i detrattori politici e un sindacato ostile, il cui unico scopo è difendere lo status quo e i privilegi. O si pensi alla pubblica amministrazione, con la razionalizzazione e una maggiore vigilanza sulla burocrazia: una selva in cui le sacche di inefficienza e di peculato erano e sono all’ordine dei giorno. Infine, l’immigrazione irregolare, un fenomeno che opprime il nostro paese, fino a renderlo un pericoloso ricettacolo di malavita straniera dove trionfa lo sfruttamento, la prostituzione e la schiavitù. Ebbene, il governo ha operato bene (purtroppo non benissimo) in questo contesto, cercando di rendere più difficile l’approdo nel nostro paese, garantendo così la sicurezza dei cittadini e il benessere di chi qui – immigrato – ci vive in modo regolare.
Che sia dunque un pericolo la strategia della distrazione, è evidente, ma gli italiani non sono stupidi, né tanto meno buoi a cui si possa rifilare di tutto tramite il giornalino del miliardario svizzero o dei manettari in svendita. La maggioranza di loro sa cosa scegliere quando arriva il momento. Non ci sono strategie che tengano e i risultati l’hanno spesso dimostrato. E certamente, la sinistra… questo PD – nipote del comunismo più becero nonostante la fresca riverniciata – non può e deve illudersi per qualche minimo aumento dei consensi o per una diminuzione dei consensi dell’avversario liberale. Il popolo, quando in maggioranza (sempre risicata), non sceglie l’area autenticamente liberale e democratica, non lo fa perché si è lasciato convincere nella genuinità e nella validità degli ex-post-comunisti, su cui i dubbi di vera democrazia e di libertà continuano ad aleggiare persistenti. Lo fa perché è delusa dagli errori commessi dalla sua naturale parte politica, perciò – per quanto la Bandabersani & Di Pietro si illudano – il consenso che magari in futuro riusciranno a ottenere per governare questo paese (io non me lo auguro), sarà sempre minimo, e sarà sempre legato alla delusione indotta dal comportamento avverso. Un po’ come accade con una bella ragazza che quando il suo preferito la delude, si butta sull’altro, ma solo il tempo per dare al suo favorito l’occasione per ingelosirsi e riconquistarla…
























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