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La sinistra mollacciona che sa dire solo sì all’Europa delle banche e alimenta il tabù dell’EU come dogma

1 12 aprile 2011 | Politica | Permalink

Uno dei motivi per i quali non amo la sinistra è la sua tendenza a dogmatizzare principi e idee, anche davanti alla (loro) evidente sconfessione da parte dei fatti. Prendiamo l’Europa… o meglio, il mito dell’Europa unita. È chiaro (anzi chiarissimo) che trattasi proprio di un mito. L’area Schengen va bene per far circolare i capitali e magari anche qualche chilo di banane, ma poi quando trattasi di immigrati e solidarietà nisba. Prendiamo l’Italia. La sinistra è convinta che l’Italia sia un paese tenuto in alta considerazione in Europa. In verità, Berlusconi o Prodi che sia, non lo è mai stata. Chi comanda a Bruxelles sono sempre gli stessi: Francia e Germania, e magari Gran Bretagna. Ma non certo l’Italia, da sempre considerata una sorta di cenerentola, buona a mettere i soldi ma quasi mai capace di ottenere vantaggi. Le politiche immigratorie, ma anche quelle alimentari, lo hanno più volte certificato, e non c’è nulla da fare.
Ciononostante, la sinistra insiste. Come con il concetto di «resistenza». Tuttora lo propone e lo caccia a forza nella nostra cultura, neanche fossimo appena usciti dalla guerra, e lo aleggia come un mantra in ogni occasione, soprattutto per il proprio tornaconto politico; mantra peraltro dal quale pare dipendere la nostra sopravvivenza come italiani e persino come specie. Così è per l’Unione Europea. Quel che dicono a Bruxelles è parola divina per la sinistra. Quello che fanno è per il bene di tutti. E nessuno è così arguto da essersi posto il problema: ma siamo certi che sia proprio così?
Alcuni se lo sono posto, e sono Maroni e Frattini. Il primo indubbiamente per un fattore di esigenza. È il ministro degli interni e deve affrontare con le sole forze italiane l’ondata umana che proviene dal nord Africa. Il secondo, magari con maggiore cognizione di causa: lui l’Europa la conosce bene e sa esattamente cosa è e cosa non è.
Quel che è certo, è che al di là delle più intime motivazioni, l’atteggiamento del Governo italiano odierno si pone indubbiamente in rottura rispetto alla tradizione passata, e precisamente rispetto all’europeismo acritico e piatto della sinistra. Siamo italiani, pare vogliano dire Maroni e Frattini, ma non siamo grulli. Siamo disposti a sorbirci le regolette sulla consistenza della nutella, ma non un’area Schengen a corrente alternata, dove chiunque può entrare in Italia passando per Francia e Austria o Svizzera, ma dove nessuno può lasciare l’Italia per i predetti paesi, perché se i vantaggi devono essere equamente ripartiti fra tutti, gli oneri appartengono solo ai singoli.
Intendiamoci – e sul punto ho pochi dubbi – né Frattini né Maroni vogliono un’Italia fuori dall’UE. È chiaro infatti che la dichiarazione del ministro dell’interno è stata più espressione di una certa rabbia nei confronti delle inerti istituzioni europee che della reale volontà di fare uscire l’Italia dall’Europa. Eppure ciononostante, smettiamola di considerare tabù anche solo l’idea di proporre una simile uscita. Dobbiamo ricordarci che l’interesse italiano è preminente rispetto a qualsiasi altra ragion politica. La tutela dell’integrità del nostro Stato, anche attraverso una precisa regolamentazione dei flussi migratori, è fondamentale. E se l’Europa omette un contributo, anche in termini di solidarietà, beh… perché non immaginare, o addirittura sognare, un’Italia senza l’Europa? Quali svantaggi avremmo da una simile ipotesi? E quali vantaggi invece ne potremmo ottenere?
Il vero è che se l’Italia deve rimanere in Europa, lo deve fare a parità contrattuale e di dignità con gli altri Stati. Il vincolo europeo non deve essere solo un vincolo nei vantaggi ma anche negli svantaggi. Non si deve in altre parole dividere con il resto del continente solo il pranzo. Ci sono pure le stoviglie da lavare. Perché l’Italia non è la sguattera dell’Europa.

Autore: Il Jester » Articoli 1411 | Commenti: 2325

Il Jester è un blog di politica, attualità, cultura e diritto online dal 2007.

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    1)Politiche di rigore economico: val la pena ricordare che per entrare nell’Euro, l’Italia ha adottato negli anni ’90 una serie di politiche di rigore economico che hanno frenato il debito pubblico, permesso di stabilizzare il cambio e frenare (in parte) l’inflazione. Tecnicamente, questo non dipende dall’Euro, perché le politiche potevano essere adottate comunqe, però va detto che viene qualche dubbio che sarebbero state applicate comunque.
    2)Tassi di interesse: tanto per ricordarselo, nel 1995 il tasso di sconto della Banca d’Italia ha raggiunto il 9,00%, e nel 1992 ha toccato anche il 15,00%. Certamente ha poco senso confrontare questi numeri con il 4,25% di oggi, date le condizioni economiche globali diverse. Però val la pena tener presente che oggi in Inghilterra (uno dei pochi paesi che non ha aderito all’Euro) il tasso della Bank of England è il 5,00%: in base alle serie storiche è ragionevole supporre che l’Italia avrebbe un tasso di sconto di qualche punto base maggiore (per la minor solidità dell’economia italiana rispetto a quella inglese), per cui si può ipotizzare che avremmo un tasso almeno pari a 5,25-5,50%. Probabilmente molto maggiore, per le considerazioni che vedremo dopo.
    3)Cambi: facendo un’analisi di regressione della variazione dei cambi nel periodo 1989-1999, si può supporre che continuando con lo stesso trend oggi il cambio Dollaro-Lira sarebbe pari a circa 2.800 lire (oggi, con l’Euro, è l’equivalente di 1.420), ed il cambio con il Marco sarebbe probabilmente intorno a 1.400 Lire (contro le 990 del cambio “bloccato” dall’Euro). Ovviamente fare un’estrapolazione linerare ha i suoi limiti, però va detto che sono numeri abbastanza ragionevoli considerando anche le politiche di svalutazione che si rimpiangono della Lira. Ovviamente una situazione del genere favorirebbe le esportazioni, ma penalizzerebbe le importazioni con impatti significativi sull’inflazione, senza contare che molte aziende italiane in realtà producono all’estero e dovrebbero quindi affrontare costi maggiori.
    4)Prezzo del petrolio: supponendo che la stima del cambio Lira-Dollaro sia corretta, usando i dati di qualche giorno fa, in modo da fare conti tondi, un prezzo del petrolio di 100 dollari, vorrebbe dire avere un prezzo in lire di 260.000 al barile, contro i 70 Euro circa (135.000 lire circa) attuali. Il che avrebbe ulteriori effetti sull’inflazione.
    5)Inflazione: nel periodo 1990-1995 l’inflazione in Italia era intorno al 5% annuo. Anche qui il confronto è poco significativo per la diversità di condizioni economiche: però per le considerazioni che abbiamo visto sopra (svalutazione della moneta, costi delle materie prime e delle importazioni più elevati) è abbastanza sensato ritenere che l’inflazione sarebbe almeno il 2-3% più alta rispetto all’attuale (come detto in passato, la misura dell’inflazione è tutt’altro che perfetta, ma confrontando due sistemi di misura analoghi i confronti sono comunque possibili). Questo risultato tiene conto del fatto che sempre l’Inghilterra ha un tasso di inflazione tra lo 0,5% e l’1% maggiore che nell’eurozona, ed è logico pensare che l’Italia da sola avrebbe un tasso di inflazione un po’ maggiore che l’Inghilterra. Tra l’altro, questo avrebbe ulteriori conseguenze sui tassi della banca centrale, che per contenere l’inflazione dovrebbe aumentarli rispetto alle ipotesi iniziali che abbiamo fatto.

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