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© 2010 Il Jester 24 luglio 2010

La CGIL fa la dura, la Fiat produce in Serbia

Link breve: http://wp.me/pEivy-1T6 |   Permalink Categorie: Economia

Vignetta di Alfio Krancic

Il detto secondo il quale a forza di tirare la corda, questa alla fine si rompe non è poi così fantasioso. L’antico che coniò questa piccola perla di saggezza non era mica scemo. Probabilmente provò sulla sua pelle una corda troppo tirata che alla fine si è spezzata. I sindacati nostrani, e precisamente la CGIL (e al suo interno la FIOM), stanno sperimentando oggi l’esito di quel detto: a fare troppo gli schizzinosi, a mettere troppi puntini sulle “i” in un contesto economico globalizzato e fortemente in crisi, dove esistono aree del mondo nelle quali è possibile produrre a prezzi stracciati, si finisce per danneggiare i lavoratori nostrani e i loro interessi. Ma questo era prevedibile nel caso specifico di Pomigliano D’Arco. La Fiat l’aveva preannunciato, e se non ha optato per la Polonia, ha optato per un paese a due metri da casa nostra: la Serbia, dove un operaio per produrre una macchina prende quattrocento euro e magari ci vive pure benissimo.
In Italia, sindacati come la CGIL, pensano di agire ancora negli anni ’60 e ’70, epoca nella quale non si parlava ancora di globalizzazione, ed epoca soprattutto nella quale il mondo era diviso rigidamente in due blocchi, nei quali l’Asia era un mondo a parte… un mondo alieno e lontano. Ecco che allora, anziché ragionare con il metro attuale e con il dovuto realismo dell’odierna situazione economica, i nostri “paladini” si radicalizzano in una lotta sindacale preconcetta e fortemente ideologicizzata, diciamo retrograda e stantia. L’interesse del lavoratore viene così sacrificato sull’altare del mito socialista che non vuole accettare la sua morte storica, e il radicalismo continua a difendere il proletariato a prescindere dai suoi vizi endemici e dalle sue contraddizioni, legati – sappiamo – a un eccessivo protezionismo e garantismo che ha reso il lavoratore dipendente non già un lavoratore del quale proteggere gli interessi fondamentali, ma un lavoratore del quale difendere i privilegi acquisiti nel tempo. Così capita che ci si ritrova con organizzazioni sindacali che mirano a difendere un modo di vivere il rapporto di dipendenza assolutamente inaccettabile, fatto di assenteismo, di malattie inventate, di scarsa produttività e così via, e tutto in nome della imparità del rapporto tra lavoratore e datore di lavoro… in nome della difesa di un posto di lavoro che magari si sta semplicemente suicidando. Perché è chiaro che in un contesto economico e produttivo concorrenziale globale, non è più accettabile che in nome del mito del posto fisso, si permetta la sopravvivenza di un malcostume che soprattutto in Italia – grazie alla sinistra – ha trovato terreno fertile.
La Fiat in questi ultimi anni è cresciuta come società. E’ cresciuta ed è diventata una multinazionale. Credo che i tempi dell’assistenzialismo di Stato siano un passato ormai lasciato alle spalle. Necessariamente oggi lo è: le rigide norme europee escludono ormai simili iniziative. E la nuova dirigenza ha peraltro una mentalità completamente diversa, rispetto a quella del passato. Marchionne lo ha dimostrato facendo il colpo grosso e acquisendo Chrysler. La società automobilistica non guarda più solo al mercato nostrano. La vocazione Fiat pare essere internazionale, ed è dunque normale, quasi scontato, che l’internazionalità non viene vista solo come prospettiva di mercato e di vendita, ma anche di produzione. La logica di una società di capitali infatti non è fare assistenza, né garantire posti di lavoro (semmai questi sono gli ovvi e i naturali corollari), né pagare stipendi rapportati al costo della vita, ma è produrre con il minimo costo e vendere con il maggior profitto. E’ la legge del mercato, che può anche non piacere, ma che è quella che produce fondamentalmente benessere. In un mercato asfittico e rigido come quello italiano, una società di tal tipo, non ha (più) interesse né possibilità di produrre a prezzi concorrenziali, ed è dunque ovvio che cerchi strade diverse, luoghi diversi ove poter confezionare un prodotto che possa “gareggiare” con i prodotti concorrenti. Se alla Fiat, per fare un esempio, produrre la Cinquecento in Italia costa 100, e dunque il margine di profitto (del quale una buona parte verrà reinvestito in ricerca e attività) è solo di 5, e produrre la stessa auto in Serbia costa 30, con un margine di profitto di 20, è  chiaro che l’idea di mollare l’Italia per la Serbia non è poi così ingiustificata o stolta: risponde alle logiche del mercato, e nel caso nostro, del mercato globalizzato.
Per lo stesso motivo, le società straniere non vengono in Italia a produrre, e quelle che c’erano ormai stanno andando via. Non è possibile infatti nel nostro paese produrre a prezzi concorrenziali, e non lo è per l’eccessiva invadenza delle organizzazioni sindacali, per la presenza di leggi lavoristiche e fiscali ancora troppo rigide e legate a logiche protezionistiche risalenti agli anni ’60-70, e per una mentalità (ancora) troppo provinciale. Insomma, il nostro paese non è appetibile. Non lo è in alcun modo. L’Italia è un bel paese da visitare, da lodare per la cucina e per l’arte, per la storia e per la letteratura, ma non è un buon paese per quanto riguarda l’economia e il lavoro, e noi – come normali cittadini – ne paghiamo le conseguenze. Ecco allora l’esistenza di un divario enorme tra chi lavora ed è superprotetto e chi invece è precario o addirittura è disoccupato. Non c’è una via di mezzo, e le nostro organizzazioni sindacali non hanno probabilmente interesse a che ci sia. Non c’è in altre parole concorrenza  nel mondo dei lavoratori. Un imprenditore – secondo questa logica – deve tenersi l’operaio sfaticato e non può buttarlo fuori per assumerne uno più produttivo. Non è accettabile né ammissibile questa ipotesi nel nostro paese. Certo, ora qualcuno potrebbe dire: se ciò fosse possibile, gli operai sarebbero sempre ricattati e dunque alla fine verrebbero “schiavizzati”.
Non credo che questo oggigiorno sarebbe possibile. I diritti fondamentali del lavoratore non potrebbero certo essere intaccati o messi in discussione, però è chiaro che un datore di lavoro deve poter essere libero di allontanare dal posto di lavoro gli scansafatiche e coloro che non producono; deve poter essere libero di razionalizzare i costi di produzione soprattutto quando questi sono talmente elevati in rapporto a quanto prodotto. Ne va non solo della sopravvivenza dell’azienda, ma anche del rispetto dei disoccupati e di chi, in cerca di lavoro, magari  darebbe il massimo se avesse l’opportunità di essere assunto. E invece così in Italia non è. Si fanno gli scioperi perché Caio ha ostacolato la produzione, si fanno gli scioperi perché Tizio è stato licenziato perché presentava ogni giorno il foglio di malattia, si fanno gli scioperi perché l’azienda intende riconvertire la produzione, si fanno gli scioperi per ogni stupido motivo, compreso il motivo politico. Perché in Italia – e questa è la più grande assurdità! – è non solo legittimo fare gli scioperi di solidarietà, ma è anche legittimo fare gli scioperi per motivi politici. Il diritto di sciopero da noi è stato dilatato oltre il dovuto e non risponde più all’esigenza primaria del lavoratore di difendere il proprio posto di lavoro.
E la Fiat dunque oggi decide di produrre in Serbia, dove non c’è la CGIL e dove non esistono leggi fiscali e lavoristiche che anziché garantire concorrenza e dunque occupazione, uccidono sia l’una che l’altra. Ma la Fiat è solo una, forse il più eclatante degli esempi. Dall’Italia parecchie aziende italiane sono andate via e hanno spostato la loro produzione in altri paesi, soprattutto dell’est europeo. Il nostro paese si sta lentamente svuotando, sta diventando un paese dove solo qualche laboratorio cinese semiclandestino riesce a sopravvivere oppure qualche società compatercipata di capitali pubblici o privati. L’Italia non è competitiva, non è appetibile né per i capitali stranieri, né per quelli italiani. Non lamentiamoci dunque se i nostri imprenditori poi vanno all’estero. Lamentiamoci del fatto che all’estero non ci vanno i nostri sindacati…

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