E ti pareva? Puntuale come un orologio svizzero, la CGIL si pone di traverso alla riforma del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali. E lo fa non già perché non ritiene opportuna alcuna riforma, bensì perché deve riaffermare la sua funzione di partito politico di opposizione in supplenza di un PD che invero sulla questione appare diversamente possibilista. Così come sono possibilisti e ragionevoli gli altri due sindacati confederati, UIL e CISL, i quali hanno accolto con favore il DDL del governo che mira in questo senso a regolamentare più rigidamente la possibilità di indire scioperi nei servizi pubblici essenziali, soprattutto quando questi sono indetti da sindacati minori e scarsamente rappresentativi, ovvero quando gli scioperi vengono annunciati e non attuati, mettendo così in doppia difficoltà i cittadini, e – obiettivamente – prendendoli in giro.
Le statistiche peraltro parlano chiaro: negli ultimi due anni, gli scioperi in Italia sono stati 2500 circa. Un bel numero, se si pensa che la maggior parte di essi sono stati indetti da organizzazioni sindacali che rappresentano poche migliaia di lavoratori per settore. Un bel numero, poi, in relazione al danno che producono alla società civile e in particolare a chi – per necessità – è costretto a prendere navi, aerei e treni, laddove i settori maggiormente colpiti dagli scioperi così detti “selvaggi” sono proprio quelli del comparto trasporti. Si pensi, in questo senso, alla questione Alitalia e a tutto quello che è accaduto in fatto di blocco dei voli e dei ritardi negli arrivi e nelle partenze.
Il Governo dunque ha messo a punto una piattaforma di riforma che certamente non mira a comprimere un diritto costituzionalmente garantito come lo sciopero, ma mira semplicemente ad armonizzarlo (parole di Fini) con altri diritti sacrosanti e costituzionalmente garantiti: come il diritto al lavoro, il diritto alla salute, il diritto allo studio, il diritto alle ferie e così via. Pare perciò assurdamente preconcetta e evidentemente politica l’azione della CGIL che dà l’altolà al governo.
In verità, come ho sempre detto dalle pagine di questo blog, il sindacato oltranzista, con queste azioni e queste posizioni, non mira certo a fare l’interesse del lavoratore, bensì a fare il proprio interesse, e cioè a consolidare una posizione di potere acquisita negli anni con la concertazione (che io definisco piuttosto “asservimento” del potere politico a quello sindacale). Di fatto, la CGIL ha come unico obiettivo il riaffermare ancora una volta la propria pretesa di condizionare politicamente le scelte del governo e del parlamento senza avere dalla sua alcun diritto a farlo, ma solo una prassi consolidata che però nulla ha a che vedere con l’azione puramente sindacale di tutela dei lavoratori, quando i loro interessi sono realmente e concretamente messi in pericolo.
Nel caso in questione, invece, non c’è alcun pericolo e il diritto di sciopero costituzionalmente garantito non è messo in discussione. Sono messe in discussione piuttosto le modalità con le quali questo viene sovente esercitato in determinati settori delicati come i trasporti. Ed è indubbio che queste modalità oggi siano inaccettabili. Non è infatti possibile che chi indice lo sciopero sia un microsindacato, il quale così facendo paralizza un intero settore e dunque sacrifica ai propri interessi egoistici (e spesso infondatamente oltranzisti e irragionevoli) gli interessi della maggioranza dei cittadini e degli altri lavoratori che non condividono quelle scelte; così come non è possibile che uno sciopero venga preavvisato e poi non si verifichi, creando in questi termini un falso allarme e un evidente quanto indiscusso disagio, a cui si accompagnano spesso spese inutili a carico della comunità. Perché – è bene ricordare – uno sciopero crea danni economici, non solo a carico dell’azienda contro cui viene indetto, ma anche contro la società: un cittadino che non può utilizzare il tram elettrico, deve necessariamente prendere l’auto, la quale non solo inquina, ma contribuisce a creare traffico, ingorgo, disagi agli altri cittadini e spese a carico di ognuno di loro.
Insomma, ci devono essere dei limiti precisi che mirino a garantire anche i diritti delle persone ad avere servizi efficienti e funzionanti anche quando si verifica un sacrosanto disagio sindacale. E questo può avvenire solo se vengono messi a punto tutti quegli strumenti atti a prevenire le distorsioni dell’esercizio del diritto di sciopero, tra cui il criterio della rappresentatività per indire uno sciopero, lo sciopero virtuale e l’adesione preventiva allo sciopero.
Per quanto riguarda il criterio della rappresentatività, tale strumento permette di indire uno sciopero nei servizi pubblici solo ai sindacati maggiormente rappresentativi, e cioè a quei sindacati che hanno nel settore un’adesione superiore al 50% dei lavoratori. Altrimenti, come prevede il DDL, è necessario un referendum tra i lavoratori.
Relativamente allo sciopero virtuale, tale sciopero comporta che i lavoratori lo proclamino senza però incrociare le braccia. In tal senso, l’efficacia dello sciopero è legato a una penalità che colpisce l’azienda ogni qual volta questo viene proclamato.
Infine, per quanto concerne l’adesione preventiva, tale strumento dovrebbe impedire il cosidetto sciopero annunciato e non attuato che crea – come ho già detto – disagio e anche un senso di presa in giro negli utenti dei servizi essenziali nei quali tale sciopero è proclamato. In altre parole, il lavoratore che intende aderire a uno sciopero deve dare preventivo avviso su tale scelta, con la conseguenza che da quel momento egli non può più evitare di scioperare, salvo un ulteriore preavviso congruamente anticipato di ripensamento.
Ora, è chiaro che questi strumenti non limitano certo il diritto di sciopero come blatera la CGIL, bensì lo armonizzano con il diritto di ognuno di noi ad avere servizi essenziali come i trasporti sempre in piena efficienza, anche quando ci sono agitazioni sindacali. Piuttosto, come sempre ho pensato, la CGIL utilizza la protesta e il suo NO, semplicemente perché non può più giocare – come faceva con la sinistra – a dettar legge su materie che non interessano certo solo i lavoratori, ma l’intera comunità, la quale ha già i suoi rappresentanti, e certamente non nelle sezioni, nei CAAF e nelle segreterie del sindacato di Epifani.
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