Oggi Il Giornale confronta il DDL Intercettazioni di Alfano e quello di Mastella. Il primo è proposto dalla destra, il secondo invece – manco a dirlo – dalla sinistra. Risultato? Be’, a occhio e croce, il DDL Alfano risulta addirittura molto più tollerante rispetto a quello che fu il DDL Mastella. Solo che allora, al Governo c’era Prodi, c’era il PD (DS) e c’era la sinistra. Perciò, nessuno si scandalizzava. Nessuno alzava barricate e nessuno denunciava il tentativo di mettere il bavaglio all’informazione. Persino io, che sono molto attento alla cronaca politica-giudiziaria, ricordavo questa proposta di legge.
Ma vediamo un po’ cosa prevedeva il disegno di legge dell’allora ministro della Giustizia, Clemente.
In primo luogo, per quanto riguarda la parte comune, entrambi prevedono il divieto di pubblicazione, anche parziale, degli atti di indagine contenuti nel fascicolo del pm o delle investigazioni difensive, anche se non più coperti dal segreto, fino alla conclusione delle indagini preliminari. Relativamente alle conversazioni telefoniche, ai flussi di informazioni informatiche o telematiche e ai dati riguardanti il traffico telefonico (anche se non più coperti da segreto) fino alla conclusione delle indagini preliminari, idem come sopra: divieto di pubblicazione, anche parziale, degli atti di indagine. Se poi si andava al dibattimento, non era consentita la pubblicazione, anche parziale, degli atti del fascicolo del Pm, se non dopo la sentenza d’appello. Hai voglia di aspettare, diritto di informazione!
Questo per quanto riguarda i divieti di pubblicazione. Passando invece alle modalità intercettative, la durata delle intercettazioni era di 15 giorni, prorogabile per altri 15 dal giudice con decreto motivato, per un massimo di 60 giorni, contro i 75 previsti dal ddl Alfano; limite questo superabile solo in caso di nuovi elementi d’indagine.
Le pene per il giornalisti che pubblicavano atti di intercettazioni coperte da segreto, con il DDL Mastella erano decisamente più severe: un’ammenda che andava dai 10 mila euro ai 100 mila euro, ovvero la pena dell’arresto per 30 giorni. Inoltre, era prevista la pubblicazione nei giornali – a spese dei responsabili – del provvedimento che accertava l’illecito. Il DDL Alfano è oggi molto più clemente: l’ammenda va dai 2 mila euro ai 10 mila euro per la pubblicazione degli atti (non è previsto l’arresto), mentre per quanto riguarda le intercettazioni, l’arresto è previsto fino ai due mesi con un’ammenda dai 4 mila ai 20 mila euro.
La rivelazione di notizie sugli atti del procedimento coperto da segreto d’ufficio era punita in modo rigoroso dal DDL Mastella: la reclusione dai 6 mesi ai 3 anni. Se il fatto era commesso per colpa o per “agevolazione colposa”, la reclusione prevista era fino a un anno, che aumentava da 1 ai 5 anni per un pubblico ufficiale (es. un agente di polizia giudiziaria o un segretario del PM).
Per quanto riguarda poi il venire a conoscenza in modo illecito di atti del procedimento coperti da segreto d’ufficio, il DDL Mastella prevedeva la reclusione da 1 ai 3 anni, e per chi deteneva conversazioni telefoniche illecite la reclusione prevista era da 6 mesi ai 4 anni.
Infine, chiunque rivelava, con qualsiasi mezzo al pubblico il contenuto (totale o parziale) di documenti elaborati per mezzo di una raccolta illecita di informazioni, sarebbe stato punito con la reclusione da 6 mesi ai 4 anni. La pena aumentava per il pubblico ufficiale.
Insomma, se si voleva protestare contro i bavagli, il DDL Mastella risultava più appetibile, rispetto all’attuale testo all’esame del Senato. Ma – come ho detto prima – quel famoso disegno di legge era sostenuto dall’attuale minoranza, e dunque era considerato “giusto”. Probabilmente avrebbe visto la luce se non ci fosse stata la crisi di Governo che portò alle elezioni del 2008, anche perché – è bene ricordare – alla Camera il DDL Mastella ottenne praticamente 447 voti favorevoli, 7 astensioni e nessun contrario. Un progetto di legge che ottiene un sifatto risultato, difficilmente non sarebbe passato se ce ne fosse stato il tempo.
Oggi, invece, la protesta monta e coinvolge tutti: dai giornalisti ai vari popoli multicolore. Non si salvano neanche i ragazzini delle elementari, abituati a protestare già dai tempi della riforma Gelmini. Persino i quotidiani di destra non ci stanno, e per dirla con Feltri, “non si capisce perché debba essere approvata una legge che, per tutelare la privacy, viola il diritto alla libertà di stampa. La privacy è sacrosanta ma per tutelarla basterebbe imporre ai pm di trattare solo le intercettazioni con rilevanza penale e distruggere tutto il resto.” Giustamente, dico io. Peccato però che un simile imposizione (con tanto di divieto di trasgressione) non avrebbe alcuna conseguenza per il PM, anche perché nel momento in cui il DDL prevedesse una qualsiasi sanzione a carico dell’inquirente, dalla violazione della libertà di stampa si passerebbe all’istante alla violazione dell’indipendenza e dell’autonomia del PM, con tutto quel che ne conseguirebbe in fatto di polemiche e accuse contro una maggioranza che non può fare nulla, senza il consenso di sindacati, CSM, Presidente della Repubblica e persino i ragazzini delle elementari… Per farla breve: come spesso accade, qui in Italia, la tovaglia è sempre troppo corta…
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Alessandro
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