Fini non si accontenta più di un partitello che non sa né di carne né di pesce. Non si accontenta di contrabbandarsi di destra, quando FLI con la destra non ha nulla a che fare: anche perché non basta riempirsi la bocca di parole come «nazione» e «tricolore» per collocarsi nell’area. Ci vogliono i valori: quelli che lui ha rinnegato. Fini vuole di più, e ancora una volta lo ha dimostrato con le dichiarazioni di Bocchino, il quale afferma che FLI è pronto a un governo tecnico, ma solo se «chi ha vinto decide di gettare la spugna».
La strategia è chiara, e persino un bambino potrebbe intuirla. È sufficiente leggere le parole di Fini per capire che FLI vuole arrivare alla rottura e indurre Berlusconi a cadere, ma senza trascinare il paese alle elezioni. Fini manda avanti i suoi colonnelli più fidati a strombazzare l’ipotesi di un governo tecnico a fianco di PD e UDC, la massima espressione della partitocrazia italiana ribaltonista e cialtrona. Però solo se Berlusconi decidesse di lasciare. E questo come mai potrebbe accadere? La risposta ce la dà Fini: «Mi auguro che sul tema giustizia non ci siano questioni insormontabili e che non ne scaturisca una crisi di governo, ma su alcune questioni che la riguardano questa possibilità c’è.»
Capito, Fini il furbetto? Da una parte alimenta il fuoco del governo tecnico per interposta persona (e cioè tramite i suoi colonnelli) e dall’altra giura fedeltà alla maggioranza, ma chiude sul tema giustizia. No alla reiterabilità del Lodo Alfano, no a tutte quelle riforme della giustizia che possono urtare la sensibilità dei magistrati. Così se il nodo giustizia non viene sciolto, et voilà, crisi! Un po’ come se qualcuno ti stesse accoltellando al ventre e mentre lo fa ti dice con un sorriso candido che non lo sta facendo e che l’idea è solo frutto della tua ossessione.
Cosa dovrebbe fare Berlusconi? A questo punto dovrebbe aprire la crisi di governo. Non può continuare a farsi logorare da questa gente. Deve agire ora, quando ancora non c’è accordo fra gli avversari della vera destra; ora che le acque sono ancora torbide: spiazzarli è l’unico modo ed è l’unica possibilità per farli venire a galla davanti all’opinione pubblica. Per far capire a chi è di destra di che pasta è fatto Fini e quali sono i suoi obiettivi. Altrimenti rischia che più si va avanti, più il Presidente della Camera – che non si è dimesso, nonostante stia facendo politica come il capo di un partito – riesca ad attrarre un insano consenso intorno alla sua persona e a quel cespuglio che si è costruito attorno. Rischia che la destra diventi la barzelletta della sinistra.
Perché è questa l’amara verità. Fini sta svendendo la destra. E del resto, pensiamoci: quale idea o valore di destra è stato sposato dalla sinistra? Nessuno. E quali idee e valori della sinistra sono stati sposati anche dalla destra (o sedicente tale)? A sentire Fini – che di destra continua a considerarsi – parecchi: matrimonio gay, voto agli immigrati, cittadinanza espressa, eutanasia, tassazione delle rendite, ora pure sindacalismo. Insomma, tutto quello contro il quale la destra liberale e sociale ha sempre lottato, Fini lo propone e lo contrabbanda come futurismo. Ma di futuro in queste proposte c’è poco; c’è solo regressismo. I futuristi parlano tanto di superare il novecento; arrivano addirittura agli «sfottò» nei confronti della destra vera, e alla fine per cosa? Per riproporre loro stessi quei temi, ma non quelli della cultura a cui dicono di richiamarsi, ma a quelli della cultura altrui: quelli del comunismo! E poi negano che si tratti di asservimento alla sinistra o ansia di compiacerla!
È chiaramente una presa in giro; una presa in giro che in questi mesi si sta consumando nel modo più vergognoso: con un tentativo, ormai poco celato, di ribaltone. Le parole che lo testimoniano sono un’onta nei confronti degli elettori che credono e hanno creduto nella destra e nel centrodestra. Non solo non c’è pudore nel non rinnegare un ipotetico ribaltone (per Fini infatti non è un colpo di Stato), ma addirittura FLI – tramite Bocchino – afferma che se si andasse al voto, si tratterebbe di «un’emergenza per la nostra democrazia: in quel caso ci assumeremmo le nostre responsabilità nell’interesse della Costituzione, della Repubblica e dei cittadini. E lo faremmo presentandoci al voto con uno schieramento formato da chi vuole migliorare il Paese, a prescindere dalla provenienza politica.»
Se questa è la «destra» di Fini, io alle prossime elezioni rischio di votare Nichi Vendola e il suo Sinistra Ecologia e Libertà. Perché al di là degli ideali e dei valori, quello che più conta in un politico è la coerenza. Quella che Fini pare aver perso ormai da parecchio tempo. E si dice pure di destra!
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