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© 2010 Il Jester 21 febbraio 2010

Il Sanremo delle barzellette principesche

Il baraccone targato 2010 ha sfornato altre ridicolaggini musicali e la solita sbobba dei banality show di Amici e X-Factor

Link breve: http://wp.me/pEivy-1te |   Permalink Categorie: Cultura

Ogni anno è il solito rito: tutti aspettano Sanremo, Sanremo arriva e non disattende le aspettative: fa letteralmente schifo. Su questo non c’è dubbio. Chi ha votato – ammesso che esista una forma di democrazia in queste gare – deve capire di musica quanto ne capisce un sordo dalla nascita. Perché altrimenti non si spiegano le vittorie del “baraccone 2010″, targato Antonella Clerici, orfana di Bigazzi e della “Prova del Cuoco”: un ragazzo che esce direttamente da un programma di Maria De Filippi (e già questo avrebbe valso l’eliminazione), un trio ridicolo costituito da un cantante in declino, un tenore (e già qui poteva pure starci) e un principe stonato (la parte peggiore), e infine un altro cantante che faceva davvero pietà sia per la musica, il testo e la voce. Questi, secondo la giuria e il pubblico a casa, rappresenta la canzone italiana 2010, ma non rappresenta certo me e altri milioni di italiani con ben altri gusti musicali.
E non rappresenta l’orchestra dell’Ariston che – incredibilmente (mai accaduta una cosa simile) – per protesta contro le vittorie (per me pilotate) straccia gli spartiti. I musicisti – quelli veri – infatti avrebbero gradito maggiormente la vittoria di Malika Ayane, che comunque si è presa il premio di consolazione della critica. Per loro, è un’indecenza la vittoria di quei tre, o meglio cinque, restando esclusi cantanti di altro spessore (ammesso che a Sanremo esistano cantanti di spessore) e persino un discutibile Nino D’Angelo che al festival della canzone italiana  porta una canzone napoletana e che oggi dichiara che l’Italia è il paese dei Balocchi e che se l’avesse saputo avrebbe portato Maradona a cantare con sé. Almeno così si sarebbe garantito la vittoria.
Una buffonata questo festival di Sanremo che pretende di rappresentare la canzone italiana, ma che rappresenta – da qualche anno a questa parte – solo il programma “Amici” di Maria De Filippi e qualche capriccio oggi monarchico  (domani chissà!) di un ancora non meglio identificato discografico o dirigente. Aggiungiamoci la performance buonista e pseudopolitica di Bersani – fischiato dal pubblico dell’Ariston (a differenza di Scajola, applauditissimo) per la “gioia” di Costanzo, che sicuramente si aspettava un’accoglienza diversa per il segretario PD – e l’intervento strapagato (alla faccia di noi poveri utenti costretti a pagare il canone) di Jennifer Lopez, con un cachet di trecento mila euro oltre le spese, e intuiamo benissimo in che stato pietoso versi la musica italiana e questo festival delle ridicolaggini e delle barzellette.
C’è solo da vergognarsi. Se il mondo già non ci prende in giro, da oggi avrà un motivo in più per farlo.  Del resto, da dove arrivano i cantanti vittoriosi? Il primo arriva dal reality show di Maria Di Filippi, già consorte di Maurizio Costanzo, i secondi… bah!, lasciamo perdere. Il terzo arriva da un altro reality show, questa volta targato RAI: X-Factor. Insomma, i cantanti genuini, quelli che si fanno le ossa nei piano-bar e che passano per le severe selezioni del festival di Castrocaro e degli altri festival nazionali prima di arrivare a Sanremo non hanno più spazio. Qui non c’entra più niente la vera musica, il discografico che intuisce che un artista possa sfondare e lo lancia nel palco più famoso d’Italia. Qui c’entra che egli abbia già fatto il suo passaggio televisivo in una trasmissione ipersponsorizzata e ben ammanigliata, che abbia come madrina una Maria De Filippi qualsiasi o sia stato giudicato da Morgan. Le sue doti passano in secondo piano, e l’impressione dominante è che chi esce dalle fucine di questi (pseudo)talent show (in realtà banality show) siano tutti fatti con lo stesso stampino.
In altre parole, non c’è più la differenziazione. Non c’è più la vocazione per l’originalità. Soprattutto non c’è più la ricerca del creativo in un mestiere in cui oggi più di ieri ci si limita soprattutto a scimmiottare lo stile di qualcun altro con testi ripetitivi, poco fantasiosi, poco profondi e fastidiosamente monotematici (l’amore, sempre l’amore e solo l’amore fatto “in tutti i modi, in tutti i luoghi, in tutti i laghi, in tutto il mondo…“). E a vincere, come da programma, è sempre la noia; una noia che può essere smorzata solo con le polemiche, puntualmente arrivate anche quest’anno, altrimenti del festival nessuno ne parlerebbe. Ovviamente neanche questo blog.

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