E’ un caso forse, ma il 1° marzo, e dunque in piena campagna elettorale regionale, molti stranieri scenderanno in piazza per protestare contro la nota equivalenza immigrati criminalità. Un’equivalenza di sicuro sbagliata in termini generali: non si può certo affermare che tutti gli stranieri siano delinquenti. Però è indubbio che la criminalità straniera ha raggiunto livelli allarmanti. Soprattutto al nord, dove ormai le città e i paesi vivono in una sorta di coprifuoco dopo il tramonto del sole, e dove i negozianti provano le stesse paure dei loro colleghi del bronx di New York. Bande armate di extracomunitari imperversano nei quartieri e non lesinano assalti e rapine. Per non parlare poi delle violenze e degli assassini: gli ultimi quelli di Torino a danno del ragazzino rumeno anch’egli e di una titolare di tabaccheria. Dire perciò che tutti gli stranieri sono delinquenti è sballato, ma altrettanto è sballato negare che la criminalità ha subìto una mutazione genetica, diventando ancora più feroce, con i flussi migratori, spesso incontrollati e irregolari.
Il 1° marzo comunque gli stranieri intendono dimostrare che tra loro non ci sono delinquenti e che la loro volontà essenziale è quella di vivere in pace qui in Italia. Per molti probabilmente esiste persino una volontà integrativa che però deve fare i conti con altri problemi che non riguardano la criminalità e che nonostante questo assumono notevole rilievo: l’accettazione della nostra cultura. Da questo orecchio, molti gruppi etnici non ci sentono proprio, soprattutto quelli islamici, i quali, in molti casi, non hanno remore a mettere davanti i loro precetti religiosi e pretendere dallo Stato e della comunità italiana la loro applicazione integrale anche nella nostra società. Per farlo, usano abilmente i nostri princìpi di libertà, la stessa che in casa loro – come ben sappiamo – ai cristiani viene assolutamente negata. Provate ad andare in giro a Riad con una croce al collo e vedete cosa vi capita. O provate a farlo in Iran, tanto per cambiare nazione. Epperò, gli arabi e gli iraniani qui da noi magari si indignano e protestano se qualcuno difende il crocifisso nelle scuole; per loro è un attentato alla libertà e all’uguaglianza religiosa. E la tristezza maggiore è che ci sono italiani che li appoggiano pure.
Dicevo comunque della possibilità che questa manifestazione (legittima) possa essere strumentalizzata. E guarda caso, neanche ho fatto in tempo a pensarlo, quando ho letto il titolo della notizia, che subito dopo vedo già le dichiarazioni di Livia Turco e del PD che hanno deciso di dare appoggio alla protesta. Naturalmente, a sentire l’ex ministro delle pari opportunità, sarà tutto buonista. La retorica in questo senso si spreca: battaglia culturale per il paese, primavera di convivenza, facce positive dell’immigrazione e via dicendo. Frasi talmente scontate e talmente ovvie che la Bertolini (PDL) ritiene la manifestazione superflua. Il motivo è ovvio: l’Italia non è affatto quel paese razzista o xenofobo che la sinistra – più per mera opportunità politica che per onore alla verità – vuole ricamarle addosso. E se qualche sbotto c’è stato (es. Rosarno) il motivo deve essere ricercato nell’esasperazione e nel degrado in cui versavano gli stessi immigrati e con loro la popolazione del paese calabrese. Lo stesso ragionamento deve farsi per le ronde che come abbiamo visto non si sono trasformate nei gruppi squadristi che i comunisti o gli ex tali paventavano. Per cui, secondo la piddiellina, non ha senso una manifestazione che vuole dimostrare quello che già in Italia esiste: l’ospitalità e la tolleranza. Perché a molti sfugge un dato: l’intolleranza, la rabbia e la diffidenza nascono da comportamenti altrettanto violenti, intolleranti e diffidenti. Un immigrato che dimostra volontà di integrazione e di rispetto per la società che lo ospita, difficilmente verrà respinto, denigrato od offeso (se non dai soliti idioti razzisti; ma fortunatamente questi sono un’esigua minoranza). Non così per il clandestino che si dà allo spaccio, alla rapina o allo sfruttamento della prostituzione. Non si può pretendere che questi fenomeni vengano tollerati dalla società e poi accusare la stessa di xenofobia e razzismo, laddove non li tolleri.
Un ultimo appunto deve essere fatto sulle politiche integrative. Perché è giusto selezionare e filtrare gli ingressi nel nostro territorio, ma è altrettanto giusto per chi entra con la voglia di integrarsi, che questi abbia effettivamente la possibilità e gli strumenti per farlo. In questo caso ci vuole attenzione, rigore e accertamento della reale volontà di fare parte di una comunità. Il percorso non deve essere agevolato come se si chiedesse un certificato di residenza, ma non deve essere neanche irto di ostacoli burocratici. Detto questo, dieci anni per la cittadinanza è un periodo congruo che deve essere accompagnato da una buona conoscenza dell’italiano, della storia italiana e della nostra costituzione. Personalmente poi offrirei la cittadinanza con soli cinque anni di residenza nel territorio agli stranieri che intendano servire lo Stato italiano nell’esercito per almeno tre anni.










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