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Il mantra delle riforme istituzionali

1 25 marzo 2010 | Politica | Permalink
Le responsabilità per la loro mancata attuazione è una responsabilità bipartisan... anzi tripartisan vecchia di decenni

E’ un mantra che va avanti da decenni, da prima che Berlusconi scendesse nell’arena politica. Le riforme istituzionali sono state tentate, progettate, proposte e utilizzate per perdere tempo. Ma alla fine non se n’è mai fatto niente. Un nulla di fatto, si potrebbe dire. Forse perché alla fine ben pochi vogliono davvero queste fantomatiche riforme. Forse perché fa comodo a parecchia gente – senza distinzione di orientamento politico – non farle. Del resto, la macchina politica, così com’è, dà da mangiare e bene a parecchia gente. E’ un meccanismo perfetto per ogni tipo di ricatto politico, di inibizione dell’azione politica, di estenuanti mediazioni tra maggioranza e opposizione, e dunque di interscambio di favori e potere. Per cui, riduzione dei parlamentari, biacameralismo imperfetto e repubblica presidenziale assumono da sempre il mantra della propaganda politica, benché siano assolutamente necessarie e urgenti per il nostro paese, immobilizzato in una politica davvero di pessima qualità e stritolata da un potere giudiziario che, fuoriuscito dai cardini costituzionali, ha acquisito un peso e un’importanza che i nostri costituenti non hanno certo voluto.
Intendiamoci: con questo non voglio assolutamente criticare l’ultima uscita di Berlusconi sull’idea del presidenzialismo. Sono infatti certo che il premier farebbe ben volentieri le riforme di cui parla se solo ne avesse la concreta possibilità e non fosse attuata la cosidetta “strategia della distrazione” di cui parlai in un mio precedente post. Il problema è il contorno, chi lo circonda, chi si dichiara amico e alleato, ma intanto lavora contro di lui, come il presidente della Camera che in questi giorni di tesa campagna elettorale ha talmente preso sul serio il suo ruolo istituzionale da non spendere neanche una sillaba a favore del PDL. Del resto il buon Gianfranco aveva altro da fare: partecipare alle conferenze e dare le sue dotte e illuminate proposte sulla cittadinanza ai bimbi stranieri, che sicuramente ringrazieranno, perché tramite loro, chiunque sia irregolare qui in Italia potrà fare un figlio che verrà riconosciuto cittadino e attraverso il ricongiungimento famigliare potrà diventare regolare.
Ma sappiamo bene come la pensa Fini, e non ho intenzione di spendere questo post per parlare di lui e delle sue ultime uscite. Tornando invece alle riforme istituzionali, che queste siano ostacolate in modo bipartisan è chiaro quanto incontrovertibile. Sia all’interno del PDL e sia soprattutto all’esterno, nell’area sedicente area “riformista” della sinistra, queste non sono ben viste, non sono auspicate e se è possibile sono evitate. Nel centrodestra non si vogliono le riforme semplicemente perché non si ha ben chiaro in cosa debbono consistere. A parte il presidenzialismo e il federalismo – che a mio avviso devono andare di pari passo – nell’area moderata non mi pare esista un progetto definito di riforma che introduca nella nostra società un nuovo assetto istituzionale che possa rispecchiare i tempi moderni. E’ chiaro infatti che l’assetto fortemente parlamentare introdotto con la carta del 1948, legato al contesto storico in cui questa si è sviluppata (il dopoguerra, l’antifascismo, la contrapposizione ideologica), non risponde più alle esigenze di una comunità che corre più della propria politica. Eppure, nonostante questa discrasia, il sistema resiste. E resiste anche perché l’altra parte, i nipotini dei comunisti – di coloro cioè che sono abituati a ragionare in politica con il metro dell’ideologia, nonostante oggi si autodefiniscano democratici (nel nome ma non nei fatti) – non vogliono riforme che culturalmente e politicamente arrecherebbero loro solo danni e contro le quali non hanno mai riscosso grande simpatia. Un sistema presidenziale e federalista, con un potere giudiziario ricondotto nel proprio preciso ambito costituzionale, dove PM e Giudici non sono posti sullo stesso piano, dove il criterio di sviluppo delle aree geografiche regionali è legato soprattutto al merito, le loro politiche di stampo statalista e assistenzialista non riscuoterebbero grande favore.
Ecco dunque che al di là delle parole, gli opposti schieramenti politici, a parte la propaganda pro o contro, non vogliono in verità riforme che potrebbe loro nuocere in un modo o nell’altro. Aggiungiamoci poi –  cosa non di poco conto! – che gli assetti clientari, lobbistici, e i forti interessi che ruotano ormai da decenni intorno al nostro sistema politico dove tutti ricevono un po’ di potere, impediscono già di loro un concreto accordo che possa indirizzare il paese verso simili riforme, e la sostanza del mantra assume un ben chiaro e solido connotato. Troppe le incognite, troppi gli interessi che verrebbero pregiudicati o alterati da una qualsivoglia riforma. E a riprova della veridicità di questa considerazione, basti pensare alla sofferenza con la quale spesso si è arrivati in questi anni a riforme minime, quasi mai attuate con il consenso non dico di tutti gli schieramenti politici, ma almeno della loro maggioranza. Riforme – ricordo – spesso mezzo abortite o comunque capaci di creare più danni che vantaggi.
Dinanzi a una simile prospettiva, le riforme istituzionali di cui tutti parlano da anni… decenni, assumono davvero la connotazione del mantra che aleggia sulla nostra politica e sulla nostra società, e che mai assume quella concretezza tale da far sperare in un qualcosa di più di un’idea o di uno spot da propaganda. Beninteso, ancora una volta voglio ribadire che non ci sono in questa “deficienza” responsabilità di una sola parte, bensì responsabilità di tutte le parti: sinistra, destra, e persino centro (se mai esista un centro). E non a caso, questa è una responsabilità tutta politica e a tutto tondo; una responsabilità che difficilmente potrà essere risolta se non si supera la contrapposizione della Resistenza e del ’68, ancora presenti in Italia, come se il nostro paese si fosse politicamente fermato agli anni ’50 e ’70. Per far ciò, però, è anche necessario superare l’attuale antiberlusconismo di cui la sinistra è infarcita. Altrimenti, difficilmente, questo nostro paese, affogato nel buonismo e nell’ipocrisia della sinistra e nella spesso evidente immaturità della destra, potrà uscire dal vicolo cieco in cui si è cacciato: quello dell’autodistruzione.

Autore: Il Jester » Articoli 1411 | Commenti: 2325

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