I forni dell’UDC lavorano a pieno regime, tanto che in questo periodo elettorale, il fornaio aveva deciso di aprirne un terzo in Puglia, inventandosi una ricetta tutta nuova: la focaccia alla Poli Bortone. Poi qualcuno gli deve aver fatto notare che se avesse proposto questa ricetta, il rischio sarebbe stato l’invenduto. Chi è che si sarebbe preso la focaccia barese alla Poli Bortone?, era infatti la domanda. Certamente non il centrosinistra che ormai aveva scelto – seppur di malavoglia – la proletaria frisella con l’orecchino. E sicuramente non il centrodestra, deciso a vendere il più sofisticato tarallo. Ecco che allora, il fornaio Pierferdy fa marcia indietro: disdegnando le friselle, troppo proletarie e vagamente populiste, e non amando l’inconsistenza del tarallo, decide di avviare una nuova trattativa con l’unico schieramento che tutto sommato rappresenta i valori farinacei nei quali si riconosce, per sfornare un quarto pane che non risulti indigesto né a lui né a Berlusconi.
E Berlusconi, che di ricette miracolose se ne intende, accoglie il segnale distensivo e lancia un appello: i taralli e le focacce, che finora rappresentavano i due forni del centrodestra pugliese, si mettano da parte: arriva il puccia, della cui identità ancor nulla si sa. Si sa piuttosto che il fornaio Casini, forse incalzato dal panettiere Cesa, inizia a mandare segnali distensivi, mentre le focacce e i taralli sorridono a denti stretti sul destino che li attende: la cesta degli invenduti.
Una trattativa complessa in quel di Puglia. Il pane è un argomento molto delicato nel tacco dello Stivale, e Casini, sapiente impastatore, sa bene che – sfumato l’accordo con l’industria panettiera del centrosinistra, per via della rivolta operaia che erge a suo leader il Vendola delle friselle casarecce – l’unica opzione che ha ancora a sua disposizione per entrare nella panetteria barese, è comprare il pane berlusconiano, magari contribuendo a impastarlo e infornarlo sapientemente affinché gli affamati pugliesi lo comprino senza reticenze e vaghe tentazioni frisellare.
E non importa se poi, in Piemonte, contribuisce a sfornare i grissini all’olio di auto per via dell’intelligente ricetta dei panettieri della FIOM simpatizzanti per il fornaio Bersani. Del resto la colpa è di Berlusconi, che a Torino appoggia la michetta leghista, altro pane indigesto per Casini, i cui gusti – si sa – sono raffinati, abituato com’è alla piadina romagnola. La sua perciò non è incoerenza politica o panificatrice, anche se nel Lazio, pur di opporsi alla più radicale biova boniniana, non lesina la più rustica ciriola romana della sindacalista Polverini, mentre nella Calabria – non dimentichiamoci – preferisce infornare la bitta del PDL, piuttosto che la fresa del PD. Per non parlare poi della Campania. Lì, il fornaio Casini ha dato il meglio di sé: meglio la pagnotta di Saragolla del neocattolico Magdi Allam, che il Casatiello che uscirà dalla gara dei fornaioli della panetteria democratica.
La politica farinacea Casiniana è degna del premio “Il Fornaio d’Oro”. Pur di non perdere mai, le inventa tutte: anche la coerenza nell’incoerenza ove fosse “opportunisticamente” necessario, non esitando – alla bisogna – a metter su un secondo e anche un terzo forno, pur di smerciare i suoi prodotti dorotei. Perché – si sa – di voti non si è mai sazi abbastanza, e – come diceva qualcuno – non di solo pane vive un politico…
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