E’ di questi giorni la polemica sui Pubblici Ministeri che non perseguono chi è stato beccato clandestino nel nostro paese. In verità non ho ben capito la portata della questione. Non riesco a capacitarmi di un PM che non persegue il reato di immigrazione clandestina. L’art. 112 Cost. obbliga il pubblico ministero a esercitare l’azione penale quando vien a conoscenza di un reato. Non può sottrarsi a un dovere giuridico che discende direttamente dalla nostra Carta fondamentale, la quale peraltro afferma che i magistrati sono soggetti soltanto alla legge. Il che comporta che non possono porsi al di sopra della legge e tantomento possono interpretare la legge. Perché – benché questo sia un aspetto poco conosciuto se non agli addetti ai lavori – la norma penale non è interpretabile. Se la legge stabilisce che chi si trova in Italia senza permesso di soggiorno commette il reato di immigrazione clandestina, il Procuratore della Repubblica deve procedere; non può scegliere.
Ma una cosa è rifiutarsi di procedere, altra è sollevare un’eccezione di costituzionalità della legge. Questo è legittimo. La legge stessa attribuisce alle parti del processo l’eccezione di costituzionalità di una norma. Il giudice sospende il procedimento e invia gli atti alla Corte Costituzionale affinché questa si pronunci in merito.
D’altro canto, ancora una volta non riesco a vedere lo scandalo nella norma che punisce il reato di immigrazione clandestina. Non riesco nemmeno a vedere un profilo di incostituzionalità della stessa. Chi entra in Italia senza un regolare permesso si sottopone volontariamente all’azione penale, e il nostro paese in qualche modo dovrà pur limitare gli ingressi. E senza un deterrente, è ben difficile.
Sul fronte politico, comunque, l’infinita polemica sull’immigrazione si arricchisce della posizione di Fini, il quale ribadisce ancora una volta il suo concetto di integrazione e sottolinea l’esigenza di rendere cittadini italiani gli immigrati integrati. In verità, sul punto sono sicuramente concorde. Il problema attiene piuttosto alle modalità e ai criteri con i quali si valuta il tasso di integrazione. Perché è questo il punto fondamentale: i criteri e le modalità di concessione, perché è indubbiamente inaccettabile una cittadinanza che si concede dopo appena cinque anni di residenza regolare.
Altra notizia interessante, sempre sul fronte immigrati clandestini, proviene questa volta da Napoli. La città partenopea ha disposto “la concessione dei contributi all’affitto attraverso [un] fondo straordinario destinato a rifugiati, richiedenti asilo e stranieri irregolari, giusto decreto del 17 novembre 2008, a firma del prefetto di Napoli.” Detto in parole povere: anche l’immigrato irregolare potrà usufruire di questo beneficio, alla faccia dei tanti napoletani senza casa e dei problemi di una città che non può permettersi simili spese. Mi chiedo peraltro come potrà conciliarsi una simile delibera (la numero 1502, datata 14 settembre 2009) con il reato di clandestinità diventato legge il 2 luglio scorso.
Insomma, a quanto è dato vedere – senza peraltro aggiungere l’infinita polemica tra Maroni e il buonismo dell’Unione Europea – è davvero difficile per la sinistra accettare il rigore e la severità in una grave emergenza sociale come quello dell’immigrazione clandestina. Un problema che certo non può risolversi solo con le pacche e con l’invocazione del diritto d’asilo, ma che deve prevedere pure dei filtri severi a favore dei cittadini e degli immigrati regolari. L’integrazione inizia proprio dal buon senso. E il buon senso vuole che non tutti possono mangiare alla stessa tavola. Si potranno certo aggiungere sempre posti in più, ma più se ne aggiungono e meno spazio c’è per tutti, e meno spazio c’è per tutti e più discussioni e disordini nascono. E più discussioni e disordini nascono, e più diventa probabile che la situazione si faccia pericolosa. Meglio un reato di clandestinità oggi che una guerra etnico-civile domani…
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