Come dicono i giornali, è sicuramente un colpo di scena la richiesta da parte di Alberto Stasi del rito abbreviato nel processo che lo vede imputato del delitto di Chiara Poggi. Da un punto di vista procedurale, tale rito è infatti una scorciatoia premiale che permette all’imputato, laddove condannato, di ottenere lo sconto di pena secco di un 1/3, sebbene la decisione del processo deve essere presa dal giudice allo stato degli atti (artt. 438 e ss. c.p.p.). Ciò significa che l’istruzione probatoria, nel rito anzidetto, è praticamente inesistente (salvo non venga richiesto in forma condizionata all’assunzione di una determita prova). Perciò il giudice dovrà decidere sulla base delle attività svolte fino a quel momento dalle parti. In altre parole, sulle attività di indagine preliminare.
E’ difficile capire l’esatta strategia processuale degli avvocati di Stasi, ma è chiaro che questi hanno messo in gioco l’eventualità che il loro assistito possa essere condannato. E dunque, la richiesta del rito abbreviato costituisce già di per sé uno strumento capace di abbattere una sostanziosa porzione di pena e di allontanare lo spettro dell’ergastolo, visto pure che l’accusa è di omicidio aggravato.
D’altro canto, non credo affatto che la strategia si limiti a questo: del resto il rito abbreviato dà meno garanzie nell’ambito dell’attività di difesa, rispetto al più garantista procedimento ordinario. Perciò, come da più parti viene suggerito, la scelta ha una duplice funzione. La prima l’ho già menzionata. La seconda ruota intorno agli elementi probatori raccolti dall’accusa, i quali sarebbero davvero scarsi per sostenere una solida base di responsabilità penale a carico del ragazzo di Garlasco. Perciò, è chiaro che si vuole indirizzare il giudice verso un’assoluzione, basando la stessa su un’evidente insufficienza probatoria. Del resto, come recita l’art. 533 c.p.p., la condanna deve essere ancorata a un giudizio di colpevolezza che va oltre ogni ragionevole dubbio. Pertanto, in uno stato di magmaticità e incertezza probatoria, il giudice che dovrà giudicare Alberto Stasi non potrà che assolvere l’imputato, proprio perché questo “ragionevole dubbio” sussiste. Almeno secondo le tesi della difesa.
Per quanto mi riguarda, non posso certo dire che Stasi sia colpevole. Ma altrettanto, non posso dire che sia innocente. Quel che è certo è che – da quanto emerge dalla cronaca giudiziaria – gli elementi favorevoli all’accusa sono davvero pesanti, e non è affatto detto che il rito abbreviato poi metta il giudice in un vicolo cieco processuale. Potrebbe capitare infatti che questi, non ritenendo di poter decidere allo stato degli atti, disponga d’ufficio l’acquisizione degli elementi necessari ai fini della decisione.
Esistono poi altre motivazioni che hanno indotto l’imputato e i suoi difensori a chiedere il rito abbreviato. Fra queste spiccano sicuramente l’evitare l’ulteriore stress mediatico scaturente dall’eventuale rinvio a giudizio ordinario e l’evitare la Corte d’Assise, notoriamente competente per i reati di omicidio. Di fatto, un giudice-tecnico costituisce, sì, una minore garanzia per l’imputato che si priva così di un collegio che giudica il suo caso, ma è altrettanto vero che il singolo giudice potrebbe essere pressato psicologicamente dalla pesantezza dell’accusa dinanzi a elementi probatori poco incisivi, tanto da indurlo ad assolvere l’imputato.
Insomma, le motivazioni che hanno spinto la difesa di Alberto Stasi a richiedere il rito premiale sono davvero molteplici e si basano su una strategia processuale che solo la difesa e il suo assistito conoscono appieno. Quel che è certo è che comunque vada, vi sarà sicuramente appello, e probabilmente pure la Cassazione, mentre Chiara Poggi attende che sia fatta luce e giustizia sul suo truce e crudele omicidio…
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francesco
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