Non c’è spazio per le scuse. Mi sono fatto un giretto sui siti della mia stessa area politica (non finiani: questi non li ritengo di destra) per leggere i commenti sull’uscita dal PDL di Alfredo Biondi e ne sono uscito sconfortato. Perché se è vero che – come ho scritto nel post precedente – vi è un tentativo di «accerchiamento» del Premier (e certo non cambio idea in proposito), la mia onestà intellettuale, anche alla luce delle recenti vicende politiche, mi porta a dire pure che non tutto può essere attribuito all’esterno: ai magistrati politicizzati o ai finiani, o anche ai sinistri, che oggi nonostante l’inconsistente politica, già sentono le mani prudere per la possibilità di entrare a palazzo Chigi senza pagare pegno nelle cabine elettorali. Questa è la politica italiana, e sul punto non è mai cambiata.
Oggi la maggioranza, e nello specifico il PDL, è in gravi, grosse, grandi, enormi difficoltà; e non lo registro solo io, ma anche i blogger amici e i commentatori più avveduti. Negarlo peraltro sarebbe da stupidi quanto affermare che il partito berlusconiano è ormai allo sbaraglio. Troppe cose non vanno, e Silvio Berlusconi non fa certo miracoli, perché le cose che non vanno dipendono non tanto da lui, ma dal partito stesso, dai personalismi di molte seconde file, dalla disgregazione e dalle corruttele a tutti i livelli che pesano più del tessuto sano, che certo non è poco. Penso a tutte quelle persone che credono e continuano a credere in questo grande progetto, e che su questo grande progetto hanno scommesso. Penso alle migliaia di lavoratori subordinati, piccoli imprenditori, partite iva, professionisti, studenti, casalinghe e pensionati che hanno riposto speranza nel centrodestra per un’Italia più moderna e con istituzioni veramente democratiche. Mi chiedo: queste persone non hanno diritto ad avere un partito sano, moderno e nello stesso tempo capace di tutelare i valori tradizionali, l’identità culturale e nazionale, un’etica umana che esalti la vita e la libertà responsabile? Non hanno diritto a veder respingere alle frontiere il relativismo etico che certa sinistra e una parte di sedicente destra intendono contrabbandare come valore fondante della nostra comunità?
Credo proprio di sì. Hanno diritto a tutto questo, e non pare affatto igienico permettere che queste persone siano costrette a rivolgersi ai falsi movimenti destristi, o agli estremismi più ottusi, o al leghismo del «ce l’ho duro», pur di vedere tutelati i loro bisogni. Il PDL rappresenta un’isola sicura in cui il moderato italiano può in teoria trovare liberismo laico e cattolico e destra sociale. Eppure, dall’interno e non solo dall’esterno pare si stia facendo di tutto per disattendere questo grande progetto di unitarietà del centrodestra.
Qualcuno ora può replicare che la colpa è solo di Berlusconi, che non permette il confronto democratico interno. E magari nel farlo mi cita il caso Fini. Ebbene, io gli rispondo che non è così: Fini non voleva il confronto democratico interno; Fini voleva imporre le sue idee nel PDL, voleva che il PDL sposasse il relativismo etico e laicistico, voleva un liberismo libertario che non è affatto compatibile con le istanze moderate e soprattutto con i valori della tradizione cristiana che informano il partito di centrodestra. Ci sono infatti princìpi di fondo che non possono essere messi in discussione nemmeno in un dibattito interno, perché finché mi si viene a dire «regoliamo i diritti successori delle coppie gay», io ci sto, ma se mi si inizia a proporre matrimoni tra persone dello stesso sesso o l’adozione di bambini da parte degli omosessuali, beh, allora si entra in piena zona rossa e sinistra.
Eppure, in una simile replica, una verità di fondo c’è: il dibattito interno e la democrazia, intesa come scambio e rapporto tra la base e i vertici, languono profondamente. Il partito del predellino non è maturato e non si è voluto in un grande partito «repubblicano» (tanto per evocare il conservatorismo americano). Chi è entrato in questo partito con il potere già in tasca non vi vuole rinunciare, neanche se il persistere a mantenerlo pregiudica la stessa vitalità del partito e la sua stessa sopravvivenza. E del resto, sul punto è emblematico l’abbandono di Fini. Il Presidente della Camera pur di non rinunciare alla sua egocentrica visibilità ha preferito dare una picconata al partito che l’ha portato alla poltrona della terza carica dello Stato piuttosto che lavorare per la sua crescita. E ha cercato di contrabbandare il suo disimpegno in un atto ostile del partito. Non a caso, a sentire i finiani, è il PDL che ha buttato fuori Fini, dimenticando il comportamento da lui tenuto negli ultimi due anni. Ma chiaramente, andando oltre, non c’è solo Fini. Ce ne sono altri, i quali pur di tutelarsi e tutelare le loro posizioni di rendita, non disdegnano di mettere in difficoltà il progetto del predellino, rimanendo attaccati alle loro poltrone. Perché l’impressione dominante è questa: che nel PDL gli egoismi politici, gli assetti di potere, i feudi, prevalgono sulle istanze che provengono dalla base; istanze che chiedono senza appello un profondo rinnovamento e un partito più vicino alla gente e ai suoi problemi.
E si badi: non parlo solo di rinnovamento etico, del quale il PDL ha comunque bisogno. Intendo soprattutto rinnovamento organizzativo e generazionale. In altre parole, parlo di un rinnovamento che sia capace di riaffermare i valori della destra autentica, sociale e liberale, i valori dell’italianità, i quali, uniti alle istanze moderniste e senza perdere di vista la tradizione, rendano l’Italia uno Stato più moderno e vitale. Si potrebbe parlare di futurismo, se di questa parola non si fosse appropriato Fini in un modo decisamente improprio.
Berlusconi deve rendersi protagonista – adesso! – di questa forte esigenza di profondo e radicale rinnovamento del partito. Se vuole davvero salvare il predellino e assicurare un futuro luminoso ai moderati italiani (che gli preesistono e che gli succederanno), deve pensare e agire, deve muoversi senza esitazione, sbaragliando avversari, amici, nemici e alleati. L’alternativa è che qualcuno – anche con la complicità del conservatorismo istituzionale e dei poteri forti – rischia seriamente di raccogliere illegittimamente la sua eredità e senza riconoscergli i diritti d’autore. Del resto, l’obiettivo dei finiani ormai pare proprio questo. Contrabbandarsi per i rappresentanti moralmente e politicamente corretti dei moderati italiani e annacquare il moderatismo laico e cattolico in una sorta di centrodestra amorfo e appiattito a sinistra, privo di identità culturale, o peggio, con un’identità mutuata dalla sinistra e dalla stessa sinistra certificata secondo i suoi parametri etici e politici. Il peggiore incubo che chi crede nella destra vera potrebbe mai vivere…
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