E alla fine è accaduto l’inevitabile: Fini è stato letteralmente allontanato dal partito. Non poteva esserci altro epilogo che questo. Egli ormai andava per la sua strada già da qualche tempo, non ritrovandosi più nei valori fondanti del PDL, ammesso che mai ci si sia ritrovato. Molto spesso l’impressione è stata di stridente disagio dell’ex presidente di AN nei confronti del grande partito di centrodestra, con quei suoi continui distinguo, con quella sua continua opposizione interna che non è mai stata espressione di una semplice esigenza di dialettica all’interno del partito, quanto piuttosto di una vera e propria opera di demolizione di quanto è (ancora) fragile nello storico tentativo di amalgamare due esperienze politiche diverse: quella di AN e quella di FI.
A Fini, evidentemente, questo tentativo non è mai andato giù. Ecco che perciò ci si pone il problema: perché ha accettato di sacrificare AN? Perché ha portato Alleanza Nazionale verso il PDL? Perché non se l’è tenuto? Perché ha preso una decisione della quale poi era sicuro di pentirsi?
Un mistero. Ed è un mistero che davvero lascia perplessi. Un uomo può anche fare degli errori, può anche valutare in modo errato l’esito positivo di una strategia politica a lungo termine, ma non può rimettere tutto in discussione, pretendendo poi di non assumersi le conseguenze delle proprie azioni. Vero è che forse Fini fu costretto a far confluire AN nel PDL. Le pressioni interne furono probabilmente tali che egli non poteva evitare una simile operazione. Fece dunque buon viso a cattivo gioco, e pur di non abbandonare la barca, come avrebbe dovuto, ci è salito su, ma con i mugugni, con i distinguo e con un’opposizione interna che è andata oltre la semplice esigenza di dialogo che egli ha da qualche tempo denunciato come assente all’interno del PDL.
Ma all’interno del PDL il dialogo in verità non mi pare sia mai mancato. Ma una cosa è il dialogo, una cosa è avere qualche opinione dissenziente su alcuni aspetti della politica del partito. Altro ancora invece è avere una visione completamente opposta dell’azione del partito, dei suoi valori fondanti e del programma di governo. Qui non si tratta più di dialettica, ma di opposizione dettata da vedute diametralmente opposte; Fini ha giocato a fare questa opposizione, e vi ha giocato da una posizione istituzionale che avrebbe dovuto essere quanto più possibile super partes. Mai, infatti, è accaduto che un Presidente della Camera si calasse nell’arena politica in modo così spudorato e palese. Per quanto la carica non impedisca a chi la ricopre di interessarsi degli affari del proprio partito, la discrezionalità e la sobrietà che la contraddistingue, avrebbe dovuto indurre Fini a evitare lo show patetico di questi mesi. Anche solo evitando di mandare allo sbaraglio i suoi esponenti di spicco in avventurose dichiarazioni che giorno dopo giorno hanno emarginato il Presidente della Camera in una minoranza che fra oggi e i prossimi giorni probabilmente costituirà un gruppo autonomo; l’ennesimo cespuglio parlamentare dello zero virgola.
Probabilmente, il Presidente si è reso conto dei suoi errori, anche se troppo tardi. Ha tentato di prendere tempo, con l’intervista a Il Foglio, ma ormai il clima avvelenato e il sopravvento dei falchi di ambo gli schieramenti, hanno decretato l’inevitabile: la sua uscita forzosa dal partito. Non si può stare dentro una formazione politica se non si condivide nulla di quella formazione politica. E Fini, in questi due anni, ha più volte evidenziato che non c’è condivisione. Per quanto mi riguarda, non ho mai visto da parte sua una reale volontà di dialogo con Berlusconi. Non ho mai visto un vero tentativo di amalgamarsi nel PDL. Ho visto solo estenuanti e logoranti distinguo, dispetti istituzionali, dichiarazioni ambigue, assenze pesanti nei momenti importanti (vedasi le elezioni regionali)… Insomma, comportamenti che hanno sempre e solo chiarito un punto: Fini non era e non è mai stato davvero del PDL. Non vi ha aderito con reale convinzione. Un po’ come uno sposo che contrae matrimonio più perché lo ritiene quasi un dovere dopo anni di fidanzamento che per vero desiderio di avviare una vita in comune con la propria amata.
A queste condizioni, la separazione dunque era solo questione di tempo. La creazione di Generazione Italia è stato il sintomo più evidente. Chi vuole stare all’interno di un partito, chi desidera sul serio tentare la strada comune, non crea una struttura parallela all’interno del proprio partito: e cioè un partito nel partito. Tutt’altro. Fa di tutto per cercare l’incontro e il dialogo, anche quando esistono delle divergenze, e sempre che i valori siano comuni. Ma tra Fini e Berlusconi, e Fini e il PDL è venuta a mancare proprio la base dei valori comuni. Fini si è allontanato dal PDL quanto si è allontanato dalla destra. Definire Fini di destra è davvero un discorso retorico, privo di reale sostanza. Fini non lo è più, ed ecco perché il suo consenso fra gli elettori di centrodestra diminuirà sensibilmente.
Ma egli non avrà neanche il consenso di chi sta a sinistra, perché comunque è sempre un uomo che proviene dalla destra. E come proprio Fini ci insegna, se si deve scegliere tra l’originale e una copia, si sceglie l’originale. E per un elettore di sinistra (quella vera), Fini è solo una copia e non l’originale; una copia che oggi è stata usata per demolire il governo e la maggioranza… o almeno per tentarci. Perciò, a conti fatti, egli non potrà affidarsi a una base elettorale diversa rispetto a quella alla quale si è sempre rivolto. Da qui, per lui, un futuro che è davvero incerto. Ma del resto, è qualcosa che ha voluto fortemente. E’ lui che ha infatti deciso di divorziare non tanto da Berlusconi, quanto da chi l’ha sempre votato e ha creduto in lui più di quanto abbia creduto in Berlusconi. La coerenza paga, e il Presidente della Camera, in due anni, ha mostrato tutto fuorché coerenza nelle proprie idee. In diciassette anni è passato dal postfascismo a un democristianesimo rosato. Se questa non è incoerenza, poco ci manca. Ecco perché ritengo – come molti – che Generazione Italia e FareFuturo non sono e non possono essere per questo motivo considerati organizzazioni e fondazioni che rappresentano la destra moderna italiana, rappresentando piuttosto solo il “finianismo”.
Due parole infine sul lato sinistro del Parlamento. Il PD parla ovviamente di crisi del Governo, ma è chiaro che siamo alle solite battute ridicole di una sinistra che non riesce ad avere visibilità e attenzione proprio per l’insipienza dei propri leader e del proprio programma. Da qui la speranza che questo divorzio Berlusconi-Fini porti a una crisi di Governo, affinché poi si facciano quei patetici e vergognosi inciuci chiamati Governi Tecnici che non solo offendono la volontà popolare e l’idea stessa che un Governo debba essere espressione della scelta elettorale dei cittadini, ma che se attuati mortificherebbero – e non poco – la profonda riforma del sistema operata in questi anni dal centrodestra, e non ancora compiuta. Ecco perché mi auguro che Fini, nonostante il divorzio, mantenga un minimo di coerenza e di lealtà non tanto nei confronti di Premier, quanto di chi con il suo voto l’ha portato al Parlamento, e nel farlo, continui (o inizi sul serio) a sostenere il Governo e la maggioranza, senza se e senza ma… Anzi, senza più se e senza più ma!
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Luca
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