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© 2010 Il Jester 09 agosto 2010

Di Pietro contro l’inciucio centrista del PD

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A. Di Pietro

Il Partito Democratico non sa più a che santo votarsi per scongiurare le elezioni anticipate e realizzare il proprio sogno: il Governo degli inciuci, come nei peggiori tempi della prima Repubblica, quando l’elettore non contava nulla se non per formalizzare quello che già era stato deciso nel Palazzo del potere. Vorrebbe mettere le mani nella marmellata senza passare per il permesso della mamma, e per farlo ha bisogno di tutti: di Fini, di Casini, di Rutelli e persino di Di Pietro. Il quale, a quanto pare, non ci sta: il principe del giustizialismo nostrano non teme le elezioni ed è pronto a sfidare Berlusconi sul piano dei consensi, pur non avendo nel suo programma altro che la P2, la mafia e tutta la mitologia antiberlusconiana pompata dai giornalini di sinistra. Eppure, a differenza del PD di Bersani, sempre più democristiano-comunista, ecco che non ci sta agli inciuci di palazzo e preferisce lottare sul piano elettorale.
Per carità, non sto elogiando Di Pietro o l’IDV: sia mai che questo blog lo faccia. Piuttosto apprezzo il fatto che non intenda piegarsi a una bonifica della politica al contrario: a un ripristino cioè della palude centrista, dove il consenso popolare… il popolo è solo un contorno rispetto a chi concretamente e sostanzialmente prende le decisioni su chi e come deve governare. Oltre questo, Di Pietro è sempre Di Pietro, e l’IDV è sempre l’IDV. Entrambi temono che la nascita del terzo “pollo” sottragga la carretta PD all’influenza del partito delle manette, e dunque temono che questo partito, con Fini e Casini come alleati, non conti più nulla negli assetti futuri.
Oddio, paradossalmente sarebbe anche meglio (l’Italia senza l’IDV e Di Pietro sarebbe migliore) se non fosse che l’alleanza contro natura tra gli ex comunisti e gli ex alleati berlusconiani sarebbe ancor più nefasta per la democrazia italiana, che farebbe non uno ma mille passi indietro nella storia.
Ma del resto, che qui nel nostro paese si adori la regressione e lo status quo rispetto al progresso, è un dato di fatto incontrovertibile. Basti vedere chi oggi vuole proporsi come il nuovo che avanza! Ex comunisti che per sessant’anni ci hanno rotto le scatole con il mito della rivoluzione e del marxismo e che un giorno, caduto il muro, scoprono che l’idea di Marx tanto mito non era, forse perché l’alternativa era scomparire dalla scena politica; perciò – al contrario di quello che predicavano i loro “nobili” padri – meglio vivere da democristiani che morire comunisti. E gli ex democristiani? Be’, peggio: per decenni ci hanno (mal)governato e oggi, in modo pressoché ridicolo, pensano davvero che basta un po’ di lucido sulla carrozzeria ammaccata, per dare l’illusione alla gente che loro sono la vera novità della politica italiana, non rendendosi conto che invero ne sono gli zombie. E poi… e poi, ciliegina sulla torta del regresso: un gruppo di reduci del post-fascismo che credono di avere scoperto l’Eldorado della politica, svestendo la camicia nera e indossando quella scudocrociata, un po’ tarlata e usurata dal tempo.
Se questi signori sono – peggio: pretendono di essere – la novità della politica italiana, tanto vale tenersi il berlusconismo che tanto vituperano e odiano, visto che rispetto a loro, ancora una volta Berlusconi appare davvero il nuovo che avanza, nonostante la “ragguardevole” età di sedici anni. Perché se qualcuno ancora non si è accorto, Casini, Bersani e Fini, insieme fanno 240 anni, mentre Berlusconi appena sedici. Chi è secondo voi il più giovane della politica italiana?
A volte rimango sgomento del trasformismo politico che nell’Italietta di sempre impera. Rimango soprattutto sgomento di come sia facile per molti politici cambiare bandiera e alleanza come ognuno di noi cambia le proprie mutande. Lascia decisamente basiti la disinvoltura con la quale si passa da un partito all’altro, da un’alleanza all’altra, all’inseguimento dell’unico obiettivo che in verità conta: il potere e i privilegi che la politica garantisce. Ecco che allora, pur di ottenere questo obiettivo, si è capaci di rimodellare il proprio modo di pensare e di agire, di rinnegare il proprio passato, senza in realtà rinnegarlo. Perché sono sufficienti due parole dette bene, per dare al “gattopardismo” la dignità di una filosofia coerente. In questo contesto, la democrazia è solo un involucro vuoto, riempito dalla sostanza della partitocrazia: quella che governa le regole degli inciuci…

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