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© 2010 Il Jester 14 marzo 2010

Democrazia giudiziaria basata sull’intercettazione

La privacy e la libertà sono gravemente messe in pericolo da un uso distorto dello strumento e dalle incontrollate pubblicazioni nei quotidiani

Link breve: http://wp.me/pEivy-1zG |   Permalink Categorie: Giustizia, Politica

Lo è sul serio. Viviamo in un paese dove tutti siamo a rischio di intercettazioni; un paese di spioni. Un paese dove non ti puoi neanche fidare a fare una telefonata che rischi l’intercettazione, e magari poi anche qualche indagine. Viviamo in un paese dove il magistrato può decidere di spiare senza alcun motivo concreto, e senza una responsabilità diretta per gli errori che eventualmente vengono commessi, tra cui la pubblicazione di materiale intercettato che magari non ha neanche rilevanza penale, come quasi sempre capita.
Tutti noi, oggi, dunque siamo intercettabili. Certo qualcuno potrebbe dire: io non ho nulla da nascondere e dunque che mi frega? I problemi li ha chi ha qualcosa da nascondere.
E’ vero, ma comunque il ragionamento è vergognosamente fallace ed egoista. Non è nascondere o non nascondere qualcosa che fa la differenza tra un’intercettazione giusta e una sbagliata. E’ la violenza che viene fatta alla privacy di ognuno di noi. E’ la violenza che viene fatta al diritto fondamentale e costituzionale della riservatezza. Perché le intercettazioni non sono uno strumento per carpire chiacchiere da sbattere in prima pagina sui giornali come fossero gossip, ma uno strumento per confermare la sussistenza di reati; uno strumento serio e grave da tenere riservato e blindato in un ufficio della Procura. Nel nostro paese, invece, le intercettazioni – da qualche tempo a questa parte – hanno tutto fuorché la finalità per cui sono state previste. Ecco che allora la gogna mediatica è un rischio concreto: come per Bertolaso a gennaio, e oggi per Minzolini, Innocenzi e l’onnipresente Berlusconi.
Dinanzi a questa evidente possibilità, le intercettazioni chiaramente si prestano a essere strumento di lotta politica. Il magistrato intercetta, il giornale sbatte in prima pagina al momento giusto. A volte la prima azione è legittima (ma non sempre), mentre la seconda non lo è quasi mai, quando ha un intento che va oltre il diritto di informare. La libertà di stampa – dietro cui spesso ci si protegge per difendere il presunto diritto di cronaca che autorizza a pubblicare stralci di intercettazioni come fossero chiacchiere di gossip – produce infatti l’effetto della diffamazione, della prostrazione del soggetto intercettato, umiliato e criminalizzato ancor prima che arrivi una qualsivoglia sentenza che lo condanni, e sempre che quella sentenza arrivi e lo condanni. Perché capita sovente che dopo l’intercettazione e il processo mediatico che segue, arrivi l’archiviazione, o se c’è processo, l’assoluzione.  Ma intanto, il danno d’immagine è stato fatto, perché Piazzale Loreto e i processi sommari si rinnovano ogni qual volta assistiamo a questi tristi spettacoli che qualche novello Torquemada confonde con la giustizia e il diritto di essere informato o informare.
A queste condizioni, viviamo davvero in una democrazia giudiziaria basata sull’intercettazione. E ci viviamo perché il magistrato – checché se ne dica – ha assunto un potere enorme, non più controllabile. Ogni tentativo di riportarlo nell’alveo della legge fallisce e costituisce per alcuni benpensanti interessati, attentato all’indipendenza e all’autonomia della magistratura. Così, ecco che abbiamo un potere non responsabile, neanche davanti alla violazione del più elementare diritto: la privacy. Perché ci possono pure stare le intercettazioni, ma che quello che io dico a un amico, uno sfogo, debba finire in prima pagina e il giudice lo debba apprendere dalla cronaca dei quotidiani e non dagli atti giudiziari, non mi sta più bene. Siamo arrivati alla frutta del nostro garantismo!
Altro che Berlusconi “dittatorello”. Chi non vede quello che sta accadendo nel nostro paese, o è ottimista o è stolto. Non è possibile che ci siano milioni di persone che condividano o addirittura ignorino la gravità della situazione.  La libertà delle persone è messa in pericolo dalle cimici, dall’onnipotenza giudiziaria che assomiglia sempre più a un potere inquisitorio senza controllo, e da una stampa amica che supporta e fa da megafono a questo andazzo che non è da repubblica delle banane, ma da fascio littorio. Vero fascio littorio, e non certo quello berlusconiano.
E ciò è dimostrato anche dal vergognoso epilogo della bagarre elettorale ultima. La giustizia ha negato il voto a quindici milioni di persone, e una parte della politica (la sinistra) addirittura si è costituita davanti ai giudici per contribuire ad affermare questo non diritto. E la giustizia, ovviamente, ha deciso, e lo ha fatto nel modo peggiore: con il cavillo. Però, intanto, intercetta il presidente del Consiglio senza un valido fondamento, roba che in altre democrazie avrebbe fatto saltare il posto a molte persone; intercetta il direttore del più importante e autorevole telegiornale nazionale, con buona pace della vera libertà di stampa (quella che non piace ai vari Di Pietro e Bersani). Intercetta addirittura un garante delle telecomunicazioni. E tutto per cosa? Per uno sfogo, per un giudizio che il Premier non ha mai negato ai microfoni di qualsiasi giornalista? Un giudizio che condividiamo tutti; almeno quei tutti che non hanno i prosciutti negli occhi e vedono la vergogna di Annozero rendere sempre più ridicolo il servizio pubblico radiotelevisivo.
A quanto vedo, però, a molti sta bene così, e come dice qualche arguto commentatore, l’Italia in verità esprime due democrazie: una di serie A, dove la libertà di stampa significa poter insultare il premier eletto dal popolo e dove significa fare i processi mediatici a lui e a chi ha una voce fuori dal coro rispetto al pensiero unico di sinistra; e una di serie B, dove un direttore di TG non può dissentire dal predetto pensiero unico perché altrimenti è un lacchè del premier, mentre altri direttori del presente e del passato hanno o avevano questo diritto (esempio? Sandro Curzi), senza per questo destare scandalo alcuno fra i benpensanti e i sedicenti difensori della libertà di stampa.
Una situazione che definire paradossale, è davvero un eufemismo. Qualcuno dovrebbe davvero ripassarsi la Costituzione, e non solo quella italiana, ma anche americana, francese e forse persino burundese. Aggiungiamoci poi una buona parte della storia, del diritto e della dottrina politica degli ultimi due secoli per essere sicuri che i più elementari concetti di libertà, riservatezza e democrazia si imprimano sul serio nelle teste vuote che amano riempirsi la bocca di queste parole senza neanche capirle. Altro che sciarpe lillà il sabato mattina. Avessero speso il loro tempo in modo più utile: aprendo un libro…

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