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aprile
2009
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Cofferati condannato per antisindacalismo
L'ex CGIL ha violato l'art. 28 dello Statuto Lavoratori
Non vi pare paradossale? A me non tanto. Del resto l’ho sempre sostenuto: il sindacato italiano, soprattutto la CGIL, non ha nulla a che vedere con la tutela reale dei lavoratori. Non ha davvero a cuore i loro interessi, ma vuole solamente esercitare influenza, potere ed egemonia sulle classi operaie. Per cui, tutto ciò che fa e dice sovente assume il non certo vago sapore della retorica propagandistica., volta ad attrarre consenso. E questa idea, in ultimo, è dimostrata proprio dalla notizia sulla condanna di Cofferati, ex leader della CGIL e oggi sindaco di Bologna, il quale è stato – appunto – condannato dal Tribunale del Lavoro per condotta antisindacale, e cioè per violazione dell’art. 28 dello Statuto dei Lavoratori.
L’antefatto lo trovate qui e in sostanza si riassume nell’avviso dato ai lavoratori dell’Ente Lirico (di cui Cofferati è presidente) i quali, nel caso di sciopero, non sarebbero stati pagati. Il monito, in questo caso, si estendeva anche a tutti coloro che non avrebbero aderito allo sciopero.
“Un vero atto illegittimo,” l’hanno definito i lavoratori e i loro rappresentanti sindacali, che certamente non fa onore a chi per anni si è sempre considerato dalla parte dei proletari, contro ogni ingiustizia sociale, soprattutto Berlusconiana (è di Cofferati il merito della caduta del primo Governo Berlusconi, nel 1994, quando questo tentò di mettere mano alla riforma pensionistica). Dal che, in questo specifico caso, il proverbio tanto saggio del “Predica bene e razzola male” si attaglia perfettamente all’ex sindacalista, oggi politico in odore di candidatura PD per le Europee. Lui più degli altri avrebbe dovuto infatti avere sensibilità per le istanze e le esigenze dei lavoratori. Avrebbe dovuto capirli e dunque rendersi disponibile, in qualità di datore di lavoro, a una trattativa che appianasse le divergenze, senza la tentazione di utilizzare strumenti di chiusura evidentemente antisindacali (art. 28 Statuto dei Lavoratori). E invece ha scelto la via opposta: quella che spesso ha stigmatizzato sui palchi della CGIL, infiammando (e illudendo) migliaia di lavoratori, disoccupati e disadattati, accorsi per udire il verbo del “Cinese”. Da qui, la giusta condanna inflittagli dal giudice del lavoro e la sempre più crescente diffidenza dei lavoratori nei confronti di organizzazioni sindacali mastodontiche, le quali oggi ancor meno di ieri fanno davvero il loro compito: difendere cioè le istanze di coloro che lavorano a salario.
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