In un contesto di crisi come quello attuale, un sindacato che indìce uno sciopero generale può essere due cose: o è sprovveduto e non comprende la gravità di un’astensione generalizzata il cui unico risultato sarà quello di
aggravare ancor più gli effetti negativi della crisi mondiale sull’economia italiana, oppure è semplicemente politicizzato, nel senso che è un sindacato che lungi dal voler svolgere il suo naturale mestiere, si sostituisce all’opposizione e protesta contro un governo ideologicamente lontano dalle sue radici comuniste.
Credo e sono convinto che la CGIL sia entrambi. E lo dimostra la lungimiranza e la disponibilità priva di preconcetti ideologici delle altre due sigle sindacali (UIL e CISL), le quali hanno capito che con il nuovo corso inaugurato dal centrodestra non esiste più lo spadroneggiamento sindacale sulla politica economica nazionale, e la concertazione non è più un’imposizione delle misure economiche delle segreterie sindacali al governo, come avveniva con Prodi e compagni, succubi della sinistra radicale in parlamento e dei sindacati fuori da Montecitorio e Palazzo Madama.
Evidentemente, però, Epifani questo non l’ha ancora capito. E siccome non l’ha capito, ecco che insiste con la vecchia formula: non accogliete le nostre richieste? E noi vi mandiamo in piazza un milione di lavoratori. Non importa poi che ai lavoratori si raccontino bugie e falsità per convincerli che il PDL è il demonio e loro sono i buoni; non importa che ai lavoratori si facciano perdere delle giornate lavorative per andare a sbraitare cose di cui non hanno piena contezza; e non importa che il governo vari misure volte ad aiutare le famiglie, i pensionati e le imprese in crisi. Importa piuttosto che il sindacato comunista riaffermi ancora una volta il suo potere sulle classi operaie e lo usi strumentalmente per fini puramente ideologici. E importa che ancora insista con la vecchia distinzione tra padroni e proletariato, dove i padroni sono ricchi per definizione e altrettanto, il proletariato è povero per definizione.
Il difetto maggiore della CGIL e dei comunisti in genere è appunto il non voler accettare che non esistono più classi contrapposte. In un contesto globalizzato come il nostro, esistono sì poveri e ricchi, ma non necessariamente i poveri sono i dipendenti e i ricchi gli imprenditori. Le sfumature sono maggiori, tanto che esistono imprenditori e professionisti che – pur sgobbando molto – vivono con un’entrata inferiore a un operaio specializzato; ed esistono operai e impiegati che hanno una sicurezza economica maggiore rispetto a un professionista o a un imprenditore.
E allora? Allora gli aiuti economici non devono essere più orientati ad aiutare una classe a discapito e in contrapposizione a un’altra, ma devono essere rivolti alle famiglie in quanto tali, e precisamente alle famiglie meno abbienti, indipendentemente dal lavoro che svolgono i loro componenti. E qui, indubbiamente, il criterio per distinguere tra chi è benestante e chi non lo è – che il sindacato lo voglio o no – è la dichiarazione dei redditi, l’unica fonte legale e sostanziale per accertare il benessere del singolo o di un nucleo familiare. L’idea del dipendente salariato, povero per definizione (esistono dipendenti che dichiarano anche 60 mila euro all’anno), è un relitto ideologico del passato. Ed è grazie a esso che l’Italia non riesce a progredire economicamente e socialmente; proprio perché esiste un sindacalismo vecchio e retrogrado, più preoccupato di conservare il proprio potere politico che di difendere realmente le classi meno abbienti… che insiste su questo paradigma di matrice marxista-leninista.
Se così è, un sindacato moderno utilizza lo sciopero non per fini ideologici e politici, come fa oggi la CGIL, ma per difendere gli interessi dei propri iscritti. Ma tale difesa – è bene sottolineare – deve essere usata come extrema ratio, cioè solo in casi del tutto straordinari che siano comunque direttamente collegati a interessi concreti dei lavoratori. Lo sciopero del 12 dicembre non è legato né a eventi del tutto straordinari, né a interessi concreti dei lavoratori (cioè interessi ricollegabili direttamente al loro stipendio). E’ solo uno sciopero ideologico, di contrapposizione preconcetta a un governo che non condivide le assurdità economiche di chi ancora ragiona sulle sovrastrutture di Marx e che per tal motivo, è abituato a imporre arrogantemente la propria visione politica ai governi di sinistra piuttosto che a concertare democraticamente con chi è stato investito formalmente e sostanzialmente dal popolo per adottare decisioni politiche.
Perché è questo che spesso ci si scorda: il sindacato non gode di nessuna investitura popolare. Non rappresenta il popolo italiano, e dunque non può imporre alcunché al legittimo governo che invece dal popolo ha ricevuto investitura secondo la legge e la Costituzione. E’ solo un’associazione di parte che tutela interessi di parte. E forse, oggi – a ben vedere – nemmeno quelli, visto che una simile associazione, per sopravvivere a se stessa, ha interesse a che il disagio sociale sia sempre presente; soprattutto se al Governo non ci sono i suoi naturali corrispondenti politici. E se per caso, tale disagio è assente, be’… allora fa in modo che sia comunque percepito. E come? Tramite lo sciopero generale, ovvio.
Ecco dunque svelata la tipica “strumentalizzazione” del formidabile strumento di tutela del lavoratore previsto dall’art. 39 Cost. Ed ecco come un potere forte (il sindacato lo è) lo utilizza quando un governo mina il suo ruolo egemonico. Ed è indubbio che oggi, il governo stia minando il ruolo di questo sindacato, notoriamente abituato a dettare legge ai governi, senza neanche aver ricevuto mandato dal popolo.
D’altro canto, ho detto che gli altri sindacati generali (CISL e UIL) hanno capito che non è più tempo di dettare legge. Ebbene, hanno capito che la vera concertazione tra governo e parti sociali non è un’imposizione che un sindacato fa al governo, ma sono proposte che possono essere recepite o meno da chi persegue interessi generali e non di parte. E capendolo, hanno ritirato intelligentemente la loro adesione a uno sciopero puramente strumentale e ideologico, ottenendo molto di più quanto avrebbero ottenuto (forse nulla) con manifestazioni di piazza.
Questo è difendere concretamente gli interessi dei lavoratori. Agendo sul governo con persuasione, ma senza agitare lo spauracchio di uno sciopero generale che non ha alcun’altra funzione che di contrapposizione ideologica. E certo non ha nemmeno senso la proposta di Epifani di adottare una manovra da 24 miliardi di euro nei prossimi due anni per fronteggiare il problema del precariato. Mi domando dove il governo dovrebbe prendere questa somma stratosferica, perché – se ancora non si è capito – la coperta dei soldi pubblici è ancora troppo corta. Perciò a me pare che una siffatta proposta sia semplicemente populistica e propagandistica, fatta ad hoc a ridosso di uno sciopero che più che evidenziare un disagio sociale, lo sta creando su misura.
E’ chiaro infatti che il problema del precariato è un grosso problema. Ma è altresì chiaro che le strade non possono sempre essere quelle dell’assistenzialismo. E’ necessario che l’Italia si rimbocchi le maniche e avvii una stagione di produzione e di crescita economica (per quanto questa possa essere possibile in un momento di forte congiuntura negativa), che abbia come obiettivo la rimessa in moto dei consumi (e il governo sul punto sta agendo bene). Ma da quest’orecchio la CGIL non ci sente proprio (o fa finta). Per il sindacato comunista, le uniche soluzioni (demagogiche) sono quelle di sempre: le solite politiche marxiste-leniniste concretizzantesi nelle assunzioni a tempo indeterminato e a pioggia (impossibili) nel settore pubblico e privato, nonché negli aumenti salari a gogò, senza alcun criterio e senza alcun limite, e senza tener conto dei preoccupanti livelli di disoccupazione, che certo non sarebbero agevolati da una politica che non solo metterebbe in ginocchio le imprese, ma farebbe sprofondare ancor più nel rosso i già disastrosi conti pubblici italiani.
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lorenzo
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