A leggere i giornali e sentire i TG sembra quasi quasi che il Governo apprezzi la candidatura di Massimo D’Alema al ruolo di ministro degli esteri dell’Unione Europea, i cui poteri devono ancora essere capiti, perché è una figura istituzionale ancora tutta da decidere. Comunque, i giornalisti hanno scritto e detto che il Governo appoggerebbe la candidatura. Ma il governo, in verità, ha detto una cosa diversa, e cioè che “valuterà con serietà e responsabilità le candidature capaci di assicure all’Italia un incarico di così alto prestigio.” E Franco Frattini ha precisato che verranno valutati “tutti i nomi, dal primo all’ultimo, senza far questioni di maggioranza o opposizione” (fonte: Adnkronos).
E’ una cosa diversa da un appoggio. Si parla di valutazione, di esame e dunque di opportunità. In altre parole, se la candidatura è buona e giusta, il governo l’appoggerà. Altrimenti nisba. E questo senza fare distinzione tra esponenti della maggioranza e dell’opposizione.
Ma esaminiamo più da vicino la proposta D’Alema. Perché sarebbe opportuno sostenere la sua candidatura, benché di parte avversa? I motivi sono diversi. In particolare, la sua candidatura e nomina potrebbero permettere di prendere due piccioni con una fava: allontanerebbe l’uomo di Gallipoli dalla scena politica italiana e agevolerebbe (e questo non è affatto poco) il dialogo per le benedette riforme istituzionali di cui si parla ormai da decenni, e precisamente quelle urgenti che riguardano la giustizia. Due piccioni importanti per il governo e per Berlusconi, soprattutto perché un simile appoggio metterebbe all’angolo anche la spina Di Pietro, che certo non vedrebbe molto bene un simile sostegno del PDL alla nomina di D’Alema, tanto che personalmente attendo la sua arguta opinione in merito.
Ma chiaramente ci sono anche i contro a un simile sostegno. Il governo potrebbe avere amare sorprese. E’ risaputo che i rapporti tra l’Italia e l’UE non sono molto buoni, a causa dei respingimenti correlati alla inefficiente politica europea sull’immigrazione. La sinistra sul punto ha giocato bene le sue carte a livello comunitario ed è persino riuscita a proporre la infondata questione sul pericolo di attentato alla libertà di stampa e di informazione in Italia, sebbene poi la mozione sia stata sonoramente respinta. Ebbene, mandando D’Alema a fare il ministro degli esteri europeo, questo scontro Italia-UE potrebbe accuirsi, potrebbe diventare il vero cavallo di Troia attraverso il quale la sinistra riesce a far cadere il governo. Un pericolo questo che non può e deve essere sottovalutato, soprattutto perché D’Alema non è un politico alle prime armi.
Se così è, il nostro governo deve stare ben attento a come valuterà l’eventuale candidatura dell’uomo di Gallipoli. Dovrà mettere sulla bilancia i rischi e i vantaggi, e verificare se prevalgono i primi oppure i secondi. Cosa non affatto facile. Ecco perché sarebbe pure opportuno lavorare per delle candidature italiane alternative, o comunque sebbene non perfettamente allineate alla politica della maggioranza, quantomeno non eccessivamente contrarie. In passato con Prodi commissario europeo durante il precedente governo Berlusconi, le cose erano andate tutto sommato bene. Questo risultato oggi e con D’Alema non è affatto garantito.
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