Dopo cinquant’anni, e in ritardo di venti dalla caduta del muro di Berlino, l’ottuagenario Fidel Castro, il duro e puro del socialismo reale, l’ultimo vero dittatore comunista nel mondo (gli altri sono solo dei pallidi imitatori, a esclusione dei cinesi che però concepiscono il comunismo in un modo tutto loro), dichiara laconicamente in un’intervista alla rivista The Atlantic che il comunismo non funziona più neanche a Cuba.
Una curiosa affermazione quella del lìder maximo, che però non lascia affatto stupiti: sarà la vecchiaia, sarà che in questi quattro anni di assenza dalle scene, il rivoluzionario per eccellenza ha realizzato che Marx e Lenin non imunizzano dalla morte e la malattia, sarà che il popolo cubano muore di fame e manda le ragazzine a prostituirsi nelle strade… Insomma sarà tutto questo e magari anche internet che aggira la censura, Castro ha finalmente preso in considerazione che il socialismo reale non ha senso essendo ormai acclarato come la più grande e grave truffa della storia dell’uomo.
Certo, il vecchio Fidel non vuole bere l’amaro calice fino in fondo: afferma sì che il socialismo cubano non è più l’unica alternativa alla morte (“O socialismo o muerte“, urlavano i rivoluzionari cubani), ma comunque chiarifica che la pianificazione statale rimarrà, che la proprietà privata non sarà riconosciuta. Afferma semplicemente che la riforma portata avanti dal fratello Raul affiderà in gestione piccoli negozi ai loro dipendenti, ma “rimarrà la pianificazione centralizzata: la proprietà non sarà consegnata ai dipendenti“. In altre parole, lo stato cubano continuerà a controllare l’economia e non verrà istituita la proprietà privata.
Un piccolo spiraglio sicuramente, per dare maggiore ossigeno al rottame cubano, che presagisce future riforme in senso liberista, le quali – a mio parere – saranno davvero attuabili una volta che il dittatore dipartirà da questa valle di lacrime. Del resto, Raul Castro, pare molto più accomodante rispetto al fratello, e sono convinto che anche il rapporto con gli USA siano notevolmente migliorati da quando è lui a muovere le leve del potere.
Tuttavia, nonostante queste “aperture”, il problema maggiore rimane sempre la totale carenza di democrazia. Il rischio per Cuba è che si trasformi in un paese, ispirato al modello cinese, ma senza l’operosità dei cinesi. Sappiamo bene infatti che la Cina tuttora è retto su un modello di governo comunista, nonostante abbia ormai aperto le porte al capitalismo. Questo ha creato un sistema ibrido dove impera il capitale, senza il contrappeso delle garanzie democratiche. Il lavoratore cinese in questo caso è quasi privo di tutela, e non mancano gli abusi.
Ecco, Cuba rischia di diventare come o peggio della Cina. Il più grave pericolo è che una (futura) apertura nei confronti del liberismo senza una profonda riforma dello Stato in senso democratico, aumenti ancor di più lo sfacelo, creando una società profondamente diseguale, dove convivono pochi ultra ricchi e moltissimi ultrapoveri. Oggi a Cuba ci sono solo ultrapoveri e i burocrati di Fidel Castro, che vivono nel privilegio di appartenere alla casta del capo assoluto.
Per ora, comunque, prendiamo atto del fulmine che ha colpito il lìder maximo sulla via per Damasco. Non sarà stata una gran rivelazione, perché bastava leggersi un sussidiario di storia per capire che Cuba non sarebbe andata molto lontano con le panzane marxiste-leniniste, ma – come si suol dire – meglio tardi che mai…
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Mario Giacobbo
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