In questi mesi nei giornali e anche in questo blog è stato detto tutto e il contrario di tutto. Probabilmente, dopo questo ultimo mio post, ci saranno altri post su Fini che magari diranno il contrario o che proporranno scenari differenti rispetto a quelli disegnati in questo articolo, il quale è diverso da quello precedente che parlava di un nuovo riavvicinamento tra il Cavaliere e l’ex leader di AN. Mai, in verità, un rapporto politico è stato così travagliato come quello tra Fini e Berlusconi. Mai, per essere più precisi, si è mai visto un rapporto così logorato fino al punto da vedere due leader farsi la guerra in casa. Il PDL sta buttando al vento un successo elettorale incredibile, diciamo storico. Si sta suicidando con le proprie mani, e di questo dobbiamo dire grazie soprattutto all’ex AN, il quale – a quanto pare – è disposto a tutto pur di avere la visibilità politica che ritiene di meritare. Ecco dunque i bastoni fra le ruote e la riscoperta del “giustizialismo” che pareva fosse stata abbandonata da Fini già nel 1994, quando si alleò con il Cavaliere. Una riscoperta che forse non è tale. Forse Gianfranco Fini non ha mai abbandonato la sua idea giustizialista.
Ma, per capirci meglio, facciamo bene il punto della situazione. E’ importante spiegare perché alla fine non deve stupire che Gianfranco Fini si sia “riscoperto” giustizialista. Pensiamoci: il MSI come partito di destra è sempre stato un partito giustizialista. Fini di fatto non ha cambiato idea, bensì l’ha fatta riemergere perché i tempi sono maturi, perché oggi è più opportuno rimarcare il proprio giustizialismo poiché utile nella lotta senza quartiere contro il Cavaliere. Il che mi fa pensare che forse Oriana Fallaci, nel 2004, non ebbe proprio torto sul “togliattanesimo” di Fini. Oggi, quel togliattanesimo emerge in tutta la sua forza, e non a caso trova consensi non già nella destra moderna del PDL, quanto nei nemici di ieri e improbabili alleati di oggi: la sinistra, Di Pietro e persino il giornalismo giustizialista di Travaglio e Padellaro. Alleanza non fantascientifica. Tralasciando infatti la sinistra, la quale pur di liberarsi del Cavaliere è disposta ad allearsi anche con il diavolo, gli altri soggetti attori di questa pazza politica italiana e dell’informazione (a eccezione di Padellaro) possono benissimo essere collocati a destra. Di Pietro? Mai stato di sinistra. I suoi trascorsi sono ben evidenti e lo dimostrano. Travaglio? Mai stato di sinistra. Lui stesso l’ha sempre dichiarato, e anzi – se non fosse per Berlusconi – oggi egli scriverebbe su Il Giornale o su Libero. Perciò, Fini non ha trovato alleati improbabili, ma alleati naturali. Anzi, si potrebbe affermare che i tre si sono riscoperti, semmai si sono dimenticati.
Forte di queste alleanze, Fini cerca di rubare al Cavaliere il centrodestra, e lo fa in un modo tale da rendere quel centrodestra che non lo riconosce o che lo ostacola, un centrodestra sbagliato. Fini infatti oggi cavalca la questione morale nel PDL, e i suoi alleati prevedibilmente gli vengono incontro, lo aiutano, gli danno man forte. Ma i risultati – egli non se ne rendo conto – sono assolutamente incerti. Il PDL sta perdendo smalto, sta perdendo credibilità, e Fini paritempo non sta acquisendo credito presso gli elettori, benché i suoi lo pompino fino a renderlo un leader credibile. Gli elettori, in verità, lo stanno aspettando al varco, e se davvero il Cavaliere facesse affondare la maggioranza con la conseguenza delle elezioni anticipate, l’unico risultato che Gianfranco riuscirà a ottenere sarà la morte del Centrodestra e la consegna del paese alla sinistra, peggio se di Nichi Vendola. Un bel risultato del quale potrà eventualmente andare orgoglioso.
Ancora una volta, dunque, per scongiurare una siffatta nefasta eventualità, sarebbe davvero opportuno che Fini rinunciasse ai suoi propositi leaderistici e proponesse di rimettere la palla al centro. Forse, se proprio intende proseguire per la sua (sbagliata) strada, allora dovrebbe prendere atto della impossibilità di stare all’interno del PDL e dovrebbe raccattare i suoi tre gatti per fare un nuovo partito, magari in un’alleanza organica con il PDL. Forse sarebbe più onesto nei confronti degli elettori di questo partito e di chi intenderà seguirlo. Il rapporto probabilmente si rasserenerebbe e la possibilità di trovare un punto di sintesi non sarebbe più così difficile. L’alternativa è davvero ignota, e il rischio è che si distrugga un patrimonio di consensi e di voti che non ha precedenti nella storia della Repubblica.










Leggendo un paio di articoli sul tuo blog mi sono chiesto: è così lontano dalla realtà immaginare che probabilmente Berlusconi sia incappato nello stesso identico errore del suo predecessore?
Ovvero: è davvero possibile, ad esempio, trovare comunione d’intenti tra un partito (ex)secessionista come la Lega Nord e partiti nemmeno troppo velatamente pro-sud come FI e AN?
A mio avviso, la risposta è no: mi pare evidente che la linea “morbida” di Bossi e compagnia sia solo figlia della consapevolezza che i tempi non sono ancora maturi per proporre un referendum secessionista pertanto alcuni provvedimenti sono accettati dagli uomini in verde solo in qualità di compromessi a cui bisogna sottostare.
Se quanto affermo fosse vero, a mio modo di vedere la responsabilità della crisi del PdL non è da attribuirsi a chi non si trova d’accordo con una determinata linea, quanto di chi ha cercato di portare a cena moglie ed amante sperando di non essere scoperto.
Commento di Luca - ID - 29 luglio 2010 alle 08:09
Forse non hai tutti i torti… L’interesse di Bossi ora è portare a casa il Federalismo. Il secessionismo mi pare troppo lontano dalla realtà. Ma è certo che la Lega oggi non vuole la caduta del Governo, almeno finché non verrà definitivamente approvata la riforma federale. Il dopo è un’incognita…
Commento di Il Jester - ID - 29 luglio 2010 alle 09:05