Già! Mi pare proprio che il PD stia affogando nel proprio rigurgito giustizialista, scoprendo amaramente che le toghe politicanti in verità non sono alleate di alcun politico, ma hanno usato la politica… e precisamente i DS-PD per i loro scopi: tutelare i privilegi di una casta che non vuole la separazione delle carriere, la responsabilità civile e penale dei magistrati, e non vuole altresì un giusto ridimensionamento, anche alla luce di quanto viene stabilito dall’art. 111 cost., che oggi ancora è inattuato proprio a causa di una confusione intollerabile tra magistratura giudicante e magistratura inquirente.
D’altra canto, è da presumere che le toghe cosidette rosse (ma ormai di rosso c’è davvero poco), sebbene abbiano abbandonato il PD al loro destino, non hanno certo rinunciato a far politica. Ecco allora che hanno ufficializzato l’identità del loro (nuovo) referente politico: l’IDV di Di Pietro, ex magistrato di Mani Pulite. E’ infatti il partito del molisano a rappresentare gli interessi di certa magistratura, e pur di rafforzare i consensi di questi nuovi “paladini” dell’incorruttibilità, ecco che questa magistratura ha deciso di immolare i loro ex alleati sull’altare del giustizialismo politicizzato. Perché se anche è vero che si sono verificati reati nelle cosidette amministrazioni di sinistra, è altrettanto vero che il disvelamento del marcio è avvenuto in un momento assai sospetto, e cioè quando PDL e PD stavano cercando punti di convergenza per riformare la giustizia.
Per cui, basta davvero con l’arroganza di Uolter. Il segretario PD deve smetterla con la favoletta della superiorità morale della sinistra. La sinistra non è moralmente superiore a nessuno. La sinistra è una fazione politica che ha interessi e clientelismi quanto e come la destra, se non anche di più per via del fatto che il 75% delle amministrazioni locali sono governate proprio dal PD (DS-Margherita). Continuare a propinare questa panzana, è offendere l’intelligenza dei suoi elettori, che ormai hanno capito quanto sia terribilmente terrestre il loro amato PD, e di quanta sia debole e corruttibile la sua candida carne rosata.
Detto questo, Berlusconi appare invece in gran forma e certamente in questo frangente, i magistrati l’hanno paradossalmente aiutato. Troncando la presunzione della sinistra di considerarsi moralmente incorruttibile e non corrotta, i PM hanno risollevato il prestigio del Cavaliere, al quale nessuno – e certamente non Uolter – può ora rinfacciare che il suo partito è un partito di inquisiti. E non a caso, l’uomo di Arcore ieri – alla conferenza di fine anno – ha dato prova di questa nuova forma, parlando a ruota libera di tutti gli argomenti e delle attività del proprio governo, tra cui la futura riforma della giustizia, sebbene io abbia notato un mezzo passo indietro per quanto riguarda le intercettazioni. Il Cavaliere, infatti, non ha più parlato di limiti di pena e ha solamente riaffermato l’esigenza di mettere mano alla disciplina. Piuttosto, nel contesto di un discorso che ha toccato tutti i temi della politica nazionale e internazionale, sicuramente ha la sua importanza il rilancio del presidenzialismo, il quale – a dire del premier – è di fondamentale per proiettare l’Italia verso il futuro e verso un meccanismo di governo non più ostaggio di partiti che mirano esclusivamente a tutelare il loro particolare a discapito dell’interesse generale.
E tuttavia, non sfugge pure il fatto che certe riforme, se dovranno essere fatte, dovranno ottenere il consenso di tutti (opposizione compresa), sebbene io dubiti che ciò potrà mai avvenire, visto che è noto quanto il sistema presidenziale non abbia mai riscosso grande successo a sinistra, stante il fatto che un simile meccanismo toglierebbe potere alle contrattazioni e ai mercanteggiamenti parlamentari, di cui la sinistra è indiscussa campionessa.
Berlusconi si propone dunque come il fautore del decisionismo: un elemento questo che manca nel nostro paese, fatto di politica lassiva e mercatoria. Ed è certo – tanto per togliere di mezzo ogni dubbio – che c’è una bella differenza tra un presidente decisionista e un dittatore, malgrado aritificiosamente la sinistra e il popolo di sinistra tendano a confondere i due concetti, forse per paura che, inserendolo nella nostra architettura costituzionale, possa di fatto ridimensionare certe forze sociali che si sono impadronite della società pur non avendone alcun diritto costituzionale: da qui poi tutte le note politiche corrotte (nel senso di inefficenti) che hanno rovinato l’economia, l’amministrazione e hanno fatto lievitare il debito pubblico oltre i livelli pressoché stratosferici.
Ma a parte il decisionismo, il Cavaliere è apparso ben lucido anche nel suo rapporto con l’opposizione. Egli ha detto chiaramente che con questo PD non si può (e deve) dialogare, sottolineando che una simile decisione/constatazione è dovuta all’insistente alleanza tra il PD e Di Pietro. Solo laddove il PD abbandoni il partito di Di Pietro al suo destino politico e riassuma la sua veste tradizionale di partito garantista, il dialogo potrà nuovamente essere riallacciato.
Non si può non essere d’accordo con questo assunto. Tuttora pure io mi domando come sia possibile che un’area che afferma di riallacciarsi a valori di uguaglianza, dignità, parità e difesa dei deboli e degli oppressi, presenti contemporaneamente due facce contrapposte: una faccia giustizialista (legata evidentemente a logiche di potere e di conservazione) e una faccia garantista (legata alla pura propaganda elettorale). Perciò, appare indubbio che alla luce dei recenti scandali, il PD dovrà definitivamente scegliere quale delle due deve abbandonare per sopravvivere a se stesso. Ed è altrettanto indubbio che l’unica scelta possibile sia solo una: abbandonare la prima faccia e rendere sostanziale la seconda. Del resto, se Uolter & C. fossero stati davvero svegli come pensano di essere, avrebbero già dovuto accorgersi della stima che Di Pietro nutre per loro. DEL resto, da “bravo” e “fedele” alleato qual è, dinanzi alle vicende napoletane, non ha fatto altro che rimmarcare distanze politiche e morali, minacciando addirittura di abbandonare tutti i consigli guidati dal PD che si assumono come “corrotti” secondo le indagini della magistratura.
Quel che è certo è che di tutta questa inedita situazione forcaiola nei confronti del Partito Democratico, il PDL è la fazione politica che ne trae maggiore vantaggio. Il consenso è assai elevato, sebbene non creda certo alle stime esagerate del Cavaliere. E tale consenso è indubbiamente dovuto al fatto che il Popolo delle Libertà non ha mai tradito i propri ideali di libertà, e non ha mai ceduto al facile giustizialismo qualunquista e forcaiolo, difendendo il più alto valore di una civiltà progredita: il garantismo. E del resto, candidare un inquisito, per quanto abietto possa apparentemente sembrare, è simbolo di quel principio sancito dalla nostra cosituzione all’art. 27. Perché un inquisito è un innocente fino a sentenza definitiva. Se il PD e la sinistra ricordassero questo e non agitassero la carta costituzionale solo quando vien loro più comodo, probabilmente oggi non avremmo un Di Pietro in politica, e i magistrati farebbero il proprio lavoro con maggiore responsabilità e obiettività, lontani da quei riflettori mediatici e da quelle manie di protagonismo che da diciotto anni a questa parte ne hanno progressivamente sminuito il ruolo e il prestigio. Altresì, in un simile contesto, la nostra società sarebbe decisamente più unita e meno contrapposta.
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