Quelli di Amnesty nel 99% dei casi fanno delle cose buone… anzi, ottime! E questo, per esempio, accade quando denunciano reali e concrete violazioni dei diritti umani in quei paesi dove democrazia e diritti fondamentali della persona sono concetti talmente vietati che non solo sono stati espunti da vocabolari ed enciclopedie, ma addirittura possono costituire anche elementi di reato che portano dritti dritti al carcere, e certo non per qualche mese, ma addirittura per decenni se non per tutta la vita; e questo quando la pena prevista non è la morte.
D’altro canto, il razzismo – quello vero! – è l’errata convinzione che gli esseri umani possono essere catalogati per razza, e che esista perciò nel mondo una razza superiore o geneticamente perfetta, e delle razze inferiori o geneticamente imperfette. Questo è il razzismo nazifascista, fondato sulla presunta e presuntuosa superiorità della razza ariana rispetto alle altre razze. Un razzismo che – è ben noto – contribuì a portare l’Europa degli anni ’30 del secolo scorso alla seconda guerra mondiale.
Oggi, la parola razzismo è usata un po’ troppo alla leggera, e spesso non con il fine di denunciare comportamenti realmente razzisti, ma per criticare politicamente azioni di governo giuste e legittime, dettate non certo da un qualsivoglia mito della razza, bensì da motivazioni più pragmatiche, legate al territorio, alle esigenze della popolazione che vi risiede, all’economia e soprattutto a un fattore di ordine pubblico e di sicurezza. Dal che, ne consegue che tale parola, spesso assume un connotato prettamente ideologico, di contrapposizione ideale: “Non ti comporti come ti dico?”, “Allora sei razzista!”; “Non fai entrare gli immigrati clandestini nel tuo paese?”, “Allora sei razzista”; “Non mangi la nutella?”, “Allora sei evidentemente razzista!”… e così via.
Insomma, il termine razzismo oggi assume proprio il connotato sui generis anzidetto, tanto che – in un contesto perbenista e buonista – questo significato può davvero condizionare l’autonomia politica di un paese, soprattutto quando chi lo governa presta più orecchio alle lagne ideologiche che lo fomentano, piuttosto che alle esigenze della popolazione che quel governo ha votato, in un contesto peraltro pienamente e legittimamente democratico.
Questo è il caso di Amnesty che critica il governo italiano, denunciando un pericolo razzista in Italia. Ma razzista de che?, verrebbe da chiedersi. Lo sgombero dei campi ROM, che Weise (Amnesty) prende a esempio per denunciare la deriva razzista, è più che legittimo e non coinvolge certo il mito della razza, ma la pubblica sicurezza e l’igiene. Forse Weise non conosce i campi ROM in Italia. Non ha mai visto il degrado in quei campi pieni di sporcizia, peraltro paradossalmente in contrasto con le macchinone da sessanta mila euro che ivi vi sono parcheggiate e che denunciano certo non la povertà delle persone che ci vivono, ma un vero e proprio stile di vita (ma vedi pure il caso della villa abuisva ROM abbattuta); uno stile di vita – è opportuno ricordare – il quale, spesso, non è basato sul lavoro onesto, ma sull’accattonaggio forzato di minori e magari persino sul furto. L’esponente Amnesty non ha mai sentito i cittadini dei quartieri in cui questi campi sono installati: il clima di disagio e di paura, i continui reati e il pericolo igienico derivante dalla cattiva manutenzione e della inesistente pulizia di quei luoghi. Che ne sa Weise di tutte queste cose? Lui mica ci vive in un quartiere a rischio, a stretto contatto con i campi ROM. E dunque che diritto ha di criticare una decisione che coinvolge solo gli italiani di quei luoghi e indirettamente tutti gli italiani che potenzialmente potrebbero viverci, me compreso?
Ecco dunque che la posizione di Amnesty International acquisisce pienamente e indubbiamente il forte sapore della posizione preoconcetta e ideologica, dimenticando che la violazione dei diritti umani e il razzismo sono dettati solo ed esclusivamente da due fattori: presunta superiorità razziale e gestione assoluta e antidemocratica del potere pubblico. Questi due fattori colpiscono indiscriminatamente i diritti fondamentali della persona, poiché si rendono incompatibili sia con l’uno sia con l’altro. Così accade in Cina, in Corea del Nord, a Cuba, in Iran e in ogni altra nazione in cui vi è il mito dello Stato etico o teologico che decide e impone con arroganza tutto su tutti, e che non tollera le opinioni provenienti dal basso, soprattutto se legate a una qualsivoglia manifestazione di dissenso.
Ma qui in Italia non c’è Stato etico, né Stato teologico. Qui in Italia c’è uno Stato democratico, basato su una costituzione scritta, e c’è la libertà di pensiero. Le decisioni assunte sono figlie della volontà politica popolare che ha investito determinate persone del potere di governare il paese. E non sono certo figlie di un qualsivoglia prurito ideologico o del vaneggiamento di una presuntuosa mitologia razziale. E’ la pragmatica che induce a certe decisioni e che suggerisce questo: l’Italia è un paese di frontiera; l’Italia è un paese che non può accogliere frotte e frotte di immigrati clandestini senza alcun controllo e senza alcun filtro; l’Italia non può accettare la sconfitta delle proprie leggi a favore della legge della criminalità feroce che organizza le immigrazioni illegali, sfruttando il bisogno delle popolazioni immigranti. Accettando, autorizza e riconosce direttamente e indirettamente queste “tratte” schiavistiche e il conseguente sfruttamento delle persone che ne sono oggetto. L’Italia ha il sacrosanto diritto di stabilire quando e come deve essere esercitato il diritto di asilo politico, nel rispetto della Costituzione; diritto oggi decisamente svalutato e indebitamente inflazionato, poiché espediente utilizzato per accedere e permanere nel territorio senza un lavoro e senza la possibilità di un futuro sano e di realizzazione personale. L’Italia infine non può più permettersi l’insicurezza nel proprio territorio, spesso legata a bande di criminalità straniera, organizzate nello sfruttamento della prostituzione delle proprie connazionali clandestine o nel traffico di droga, ovvero ancora nella costante commissione di reati contro il patrimonio e le persone, in un clima di impunità e di arrogante audacia e baldanza criminogena sempre più in costante crescita.
Weise a queste cose probabilmente non ci pensa, ed è facile criticare, dalle comodità di un ufficio, decisioni che non hanno nulla di razzistico e che invece sono costrette dall’esigenza di fronteggiare un’emergenza che non può tollerare un’accoglienza indiscriminata e basata su un progetto criminale di immigrazione spesso forzata. Il traffico di immigrati clandestini è oggi infatti un grosso business, con un fatturato non inferiore al traffico di droga. Accettarlo, accogliendo tutti e tutto, significa autorizzare questo traffico, dargli legittimità e dunque riconoscere la sconfitta dinanzi alla criminalità che sfrutta le debolezze dei governi democratici. E’ un po’ come legalizzare il traffico di droga. E certamente, in questi frangenti, non è assolutamente e moralmente accettabile il detto “Se non riesci a combatterlo, fattelo amico.”
D’altra parte, Amnesty critica l’azione dei respingimenti degli sbarchi, ma senza dare soluzioni alternative. E allora ancora una volta mi chiedo: cosa dobbiamo fare? Dobbiamo mettere gli immigrati clandestini nei centri di identificazione? Certamente no! Secondo Amnesty e un’altra dozzina di Associazioni, tale permanenza viola i diritti umani. E allora? Allora nulla: per Amnesty probabilmente dobbiamo accogliere tutti, magari allo sbarco dare agli immigrati subito il permesso di soggiorno e lasciarli sciamare nel territorio, affinché lo colonizzino senza però una prospettiva per il futuro, un lavoro, e magari pure assoggettati e schiavizzati dalla criminalità dei connazionali.
Una bella politica, non c’è che dire. A volte ci si riempie tanto la bocca di tutela dei diritti umani, scordando però che la soluzione offerta (esplicitamente o implicitamente) è spesso peggiore del male che si vuole denunciare, poiché legata a evidenti posizioni di principio e non già a una valutazione della situazione reale e dalla pragmatica verità che coinvolge i diretti interessati, siano questi stranieri, siano questi cittadini. Non ci si cura, in altre parole, delle ripercussioni politiche e sociali di certe decisioni, e questo è un po’ come navigare a vista. Si alimentano incoscientemente le tensioni sociali, confidando in chissà quale buon senso, e ci si dimentica che anche le politiche immigratorie necessitano di rigore, regole e filtri: l’asilo politico non può e deve essere il grimaldello, la parola magica, con le quali è possibile aggirare gli uni e beffarsi degli altri. Il popolo di una nazione ha il diritto di scegliere chi far entrare o meno in casa propria; e ha il diritto di scegliere chi buttar fuori o chi lasciar dentro… ovviamente secondo le proprie regole e certamente non negando a nessuno il diritto d’asilo, quando questo è effettivamente necessario!
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