È già la terza volta che mi debbo occupare di aggressioni a un esponente del centrodestra o comunque di quest’area (come nel caso del giornalista Belpietro). Questa volta tocca a Daniele Capezzone, colpito ieri sera con un pugno. E ancora una volta debbo registrare un clima di odio intenso nei confronti degli esponenti di questa maggioranza, che rischia peraltro di trasporsi anche fra i comuni cittadini. L’epilogo infatti potrebbe essere davvero pericoloso: la paura di esporre le proprie idee politiche, la paura persino di comprare un giornale che non rispecchia il vangelo della sinistra. La paura in altre parole di prendere botte per l’una o per l’altra ipotesi diventa un’eventualità tutt’altro che remota. Direi concreta.
Ci domandiamo come mai siamo arrivati a questi livelli di parossismo. Non si tratta più di sana competizione politica, di divergenze di idee, persino di ideologia differente. Si tratta di odio per il nemico, per chi – a torto – si pensa occupi abusivamente determinate cariche e determinate posizioni. Si tratta di delegittimazione costante dell’avversario, non più visto come l’antagonista, ma come il nemico da eliminare, da violentare e da punire con la violenza fisica e verbale.
Quello contro Capezzone è dunque l’ennesimo esempio di come oggi l’Italia viva il bipolarismo. In modo insano e innaturale, dove non si ha più il senso del limite e del rispetto per l’avversario. Dove non è facile accettare i verdetti elettorali e le scelte di un popolo. Dove esistono da una parte i demolitori della democrazia e dall’altra chi invece questa democrazia cerca di farla crescere e di renderla degna del mondo occidentale. Dove il relativismo etico è considerato un dogma, un principio che deve per forza essere imposto nella nostra società, ancorché la nostra società lo rigetta in modo vigoroso. Dove si sogna l’assistenzialismo di Stato come soluzione di tutti mali della nostra economia. Dove chi non ha il potere cerca di sottrarlo a legittimo vincitore in tutti i modi possibili, tranne che con quelli naturali e ovvi, e cioè con il consenso elettorale.
Nel mondo politico e non solo, tutti hanno tutti solidarizzato con Capezzone. Ma quanti nei loro cuori pensano che forse il gesto contro il portavoce del PDL è stato giusto, o sinonimo di giustizia? Quanti ritengono che quel turpe e violento gesto sia stato l’ennesimo modo per avvisare l’attuale governo che è il momento di lasciare la palla agli altri? Non saprei il loro numero, ma non riesco a non pensare che forse sarebbero più di quanti ognuno di noi può prevedere o immaginare. Perché nella mente di molti italiani cova un odio profondo nei confronti dell’attuale maggioranza politica; un odio alimentato da un dibattito politico comunque avvelenato che tende a delegittimare l’avversario, a criminalizzarlo e renderlo agli occhi della gente un essere spregevole che non merita nemmeno quel minimo rispetto che si chiama incolumità fisica. Ed è facile poi dire ipocritamente: «Noi non c’entriamo»… «Condanniamo senza condizioni»… «È un gesto inconsulto»… «È un gesto da condannare»…È facile fare tutte queste affermazioni e il giorno dopo riprendere il solito andazzo di insulti, violenze verbali, attacchi, accuse, sputtanamenti e quant’altro la libertà (che molti ritengono compressa od ostacolata), permette.
Ci vorrebbe maggiore pacatezza, ci vorrebbe soprattutto maggiore coscienza che la politica è lo specchio della società: i cittadini si riflettono nella politica, la imitano, parteggiano per questo o quel politico, ne assumono le parti e le difese, e spesso vi si immedesimano. Perciò, se un politico insiste nel dire che il suo collega è un criminale, è un mafioso, è un ladro, è un corrotto, il cittadino comincerà a convincersene fino al punto da non tollerare più quella persona; e i più deboli e influenzaibili passano all’azione, sfogano l’intolleranza con i gesti violenti, con le aggressioni fisiche, con azioni che tendono a sfogare la rabbia che covano dentro.
Ecco perché è fondamentale recuperare il rispetto del quale pare che la politica italiana sia altamente deficitaria. Come spesso ho scritto in questo blog: siamo ancora fermi al 1945-46; siamo fermi alla lotta per la resistenza, siamo fermi alla guerra civile. Da noi in Italia non è mai finita, perché il dibattito politico la rinnova ogni giorno. La cabina elettorale è diventata un optional, una mera eventualità, perché la lotta politica, l’affermazione di un’egemonia, non passa più attraverso il consenso di popolo, ma attraverso gli agguati di palazzo, le dichiarazioni strategiche alla stampa, gli avvisi di garanzia, le indiscrezioni ad arte dagli uffici giudiziari… Passa attraverso meccanismi che tendono a escludere i cittadini dalle decisioni fondamentali sulle scelte politiche di un paese. In questo contesto, la violenza è il corollario di uno scontro pericoloso tra chi intende affermare o riaffermare il principio della sovranità popolare e chi invece preferisce attribuire al popolo il ruolo di comparsa in una repubblica dove il termine «democratico» è più un termine che abbellisce o completa l’acronimo del nome di un partito piuttosto che un valore sostanziale da perseguire sempre e ovunque!
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Salvatore
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