Il primo maggio, festa dei lavoratori o festa dei sindacati? Bah! Non v’è dubbio sulla risposta corretta: il primo maggio è soprattutto (anzi esclusivamente) festa dei sindacati. Una grossa e immane autocelebrazione del loro potere e della loro influenza sul mondo del lavoro e sui lavoratori. Sappiamo infatti che per 364 giorni questi fanno i loro interessi, e il primo maggio… be’, il primo maggio danno il contentino ai lavoratori: concertoni rock, discorsi toccanti che parlano di pace, solidarietà e giustizia sociale. Un mare di retorica stucchevole oltre il quale non c’è nulla di veramente sostanzioso.
Basta sentire Epifani: “Il governo ha fatto troppo poco.”Troppo poco per chi?, mi domando io. Per i lavoratori? E cosa avrebbe dovuto fare di più? Distribuire soldi agli angoli delle strade? Certamente no. In verità, Epifani ha voluto semplicemente dire che il governo ha fatto senza di lui e senza la CGIL. Ecco dove sta l’inghippo: governo ladro fai porcherie politiche contro i lavoratori, ma falle con la CGIL e sotto sua dettatura, e vedrai che diventano manovre da grande statista. Falle da solo, e allora scoppia lo scandalo con scioperi annessi.
Quest’anno il primo maggio verrà celebrato in Abruzzo, tra le tende dei terremotati. Perché anche i Sindacati non vogliono perdersi questo palco e sfruttare così la situazione per farsi ancora un po’ più di pubblicità autocelebrativa. Certo, non ci saranno cortei e bla… bla… bla…, però è chiaro che questo appuntamento sta bene in Abruzzo come il latte sulle cozze: da maldipancia.
Ora qualcuno potrebbe rimproverarmi: epperò Berlusconi ha fatto di peggio. Ha spostato il G8 da La Maddalena in Abruzzo.
E’ vero. Concordo. Sebbene la mossa possa anche in parte essere giustificata dall’utilizzo dei soldi destinati a La Maddalena per il terremoto in Abruzzo, è anche vero che la presenza del G8 a L’Acquila creerà – a mio parere – notevoli difficoltà per la popolazione e per gli ospiti internazionali, senza contare il danno causato alla Sardegna, che sebbene non terremotata, aveva comunque forte bisogno di quegli ammodernamenti e dei soldi del G8.
D’altro canto, questo è un altro discorso che forse affronterò in un altro post. Quello che qui mi preme è constatare come ci sia una corsa per accapparrarsi la scena dell’Abruzzo per motivi differenti rispetto alla solidarietà. Abbiamo accusato di sciacallaggio la tv e i tg, che ci hanno rotto le uova con i servizi strappalacrime del terremoto in stile reality (con tanto di colonne sonore e domande idiote agli sfortunati del sisma), abbiamo accusato Berlusconi di spettacolarizzazione del terremoto per fini propagandistici (dimenticandoci che lui è il capo del governo e dunque aveva il diritto/dovere di seguire da vicino la vicenda Abruzzo), e ora ci si mettono i sindacalisti con i loro show del primo maggio?
Mi chiedo infatti quanti soldi abbiano stanziato i Sindacati per il terremoto. Ebbene, che io sappia (e se qualcuno ha notizie differenti me le comunichi e rettificherò), neanche un euro. I Sindacati hanno ben pensato invece di far sottoscrivere ai loro iscritti un’iniziativa: “Un’ora di lavoro per i terremotati”. In altre parole, la solidarietà arriva non già dai papaveri delle organizzazioni sindacali e dai loro sontuosi e sostanziosi bilanci, ma dal solito esercito di sfigati che lavorano per un tozzo di pane e pagano le tessere alle segreterie sindacali. Come dire: alla fine pagano sempre gli stessi. I lavoratori dipendenti. Tanto per citare uno slogan caro al sindacato.
Tornando al primo maggio, oggi la famosa triplice sindacale, e in particolar la CGIL, leader di questo evento, celebra la festa cosidetta dei lavoratori. Ho detto, più su, che più che dei lavoratori, oggi è la festa dei sindacati: un’autocelebrazione stucchevole della loro (pre)potenza ormai pluridecennale, mai come in questi ultimi anni dimezzata e attenuata da governi che hanno imparato a tirare dritto per la loro strada, consci che l’interesse da tutelare non è l’interesse particolare di una specifica categoria, quanto l’interesse generale dei cittadini tutti. Eppure, nonostante questo, lo show continua e ci ammorba (a Roma) con il megaconcertone di “stelle” politicamente orientate, in cui trionfano canzoni piene di banalità politica e icone del comunismo nostrano e internazionale: bandiere rosse, bandiere rosate, falci, martelli, Che Guevara, arcobaleni, peace & love, e chi più ne ha più ne metta in questo folklore del fallimento utopistico, che fa da coreografia a vecchi comunisti con la pancetta e il portafoglio da professore o sindacalista di carriera, e a studentelli dei Centri Sociali, avvolti nella Kefiah, smaniosi di urlare il loro dissenso, senza neanche capire esattamente per quale motivo dissentono.
Che dire di più? Un rituale anacronistico e nostalgico dove i Sindacati sono i gran sacerdoti indiscussi, compiaciuti del loro potere e della loro influenza sulle masse proletarie, e dove gli spettatori… le masse, sono i loro adepti con pugno chiuso e l’illusione che ci sia davvero qualcuno che faccia i loro interessi. Ma forse, sto esagerando. Forse alla fine gli adepti sono solo persone, giovani che vogliono divertirsi alle spalle dei gran sacerdoti. Almeno si spera…










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